1.
Due vite parallele
Salvatore Quasimodo e Giorgio La Pira: perche' attribuiamo particolare
importanza a questo rapporto interpersonale? In quale misura,
l'analisi comparata tra due vicende umane ed intellettuali simmetriche,
puo' servire ad illuminare meglio temi e strutture dell'opera
quasimodiana? Gli interrogativi non sono retorici. In realta',
sapevamo dalle scarne indicazioni fornite dal poeta, e soprattutto
dalle autorevoli testimonianze di Salvatore Pugliatti, della
esistenza di una proficua amicizia e collaborazione fra i due
personaggi (1); ma solo la recente pubblicazione dei
carteggi e degli epistolari lapiriani consente finalmente di
misurare spessore e qualita' di un singolare sodalizio spirituale
e nello stesso tempo di recuperare un capitolo inedito della
cultura italiana contemporanea (2).
Quasimodo e La Pira: due vocazioni eccentriche, due grandi esponenti
della cultura meridionale. Un progetto di poesia la vicenda
quasimodiana, un progetto di santita' la vicenda lapiriana.
Il Poeta e il Santo: due vite parallele nella piu piena accezione
plutarchiana. La similitudine non sembri peregrina: Quasimodo
il greco, l'intellettuale mediterraneo che trasfigura la propria
sicilianita' a contatto con i miti e con l'humus della civilta'
classica; La Pira il romano, che recupera tradizione e magistero
della Chiesa cattolica attraverso la lezione del tomismo e del
misticismo medievale. Ma che si tratti di due autentiche vite
parallele lo si desume anche dalle precise coincidenze dei dati
biografici. Innanzitutto entrambi hanno i loro natali nell'area
iblea agli inizi del XX secolo: Quasimodo a Modica il 20 agosto
1901, La Pira a Pozzallo il 9 gennaio 1904. La comune appartenenza
al contesto sociogeografico della ex-contea di Modica pone subito
alcuni problemi interpretativi e di periodizzazione su cui sara'
utile soffermarsi. Entrambi si ritrovano poi a Messina alla
vigilia della prima guerra mondiale per proseguire e maturare
insieme la formazione politica ed intellettuale: anche sul significato
di tale esperienza conviene prestare attenzione critica. In
terzo luogo i due continuano la diaspora degli intellettuali
meridionali nell'Italia settentrionale. Firenze li accomuna
ancora: Quasimodo trovera' notorieta' nazionale su Solaria,
la rivista ermetica del gruppo fiorentino Montale-Bonsanti-Loria;
La Pira sperimentera' nella citta' toscana tanto il suo ruolo
di "sindaco della povera gente" (con le famose iniziative sulle
case operaie, sulla ristrutturazione della fabbrica Pignone),
quanto la sua identita' di profeta di pace nel mondo (colloqui
mediterranei, convegni internazionali per la pace, incontri
con i sindaci delle citta'-capitali).
Accanto alle coincidenze biografiche "esterne", infine, occorre
valutare la fortissima consonanza interiore, che specialmente
negli anni '20 si configura come un'assidua e complessa ricerca
di una dimensione religiosa, mai definitivamente risolta in
Quasimodo, ma neppure priva di contraddizioni e di oscuri pessimismi
nello stesso La Pira. Contro le schematizzazioni agiografiche,
che tendono a riproporre le immagini appiattite di un La Pira
da sempre credente e di un Quasimodo coerentemente laico, nella
parte finale di questo saggio si cerchera' piuttosto di cogliere
il continuo interscambio di motivi religiosi, il dialogo sotterraneo
tra "pubblico" e "privato" da cui e' possibile cogliere nuovi
elementi di riflessione intorno ai contenuti della poesia quasimodiana.
2.
Un mezzogiorno "diverso" tra sviluppo e arretratezza: le comuni
radici iblee.
Le comuni radici iblee dell'infanzia di La Pira e di Quasimodo
non sono state fino ad oggi oggetto di studio. Eppure questo
aspetto non puo' essere sottovalutato in considerazione della
fondamentale importanza che i primi anni di vita hanno nella
strutturazione della personalita'. Se la psicologia rimanda
a questo primo segmento dell'eta' evolutiva per comprendere
la dinamica affettiva, i processi di apprendimento, la formazione
di un equilibrio interiore, diventa urgente l'indagine tesa
a ricostruire le coordinate spazio-temporali entro le quali
si e' storicamente realizzata la socializzazione primaria di
Quasimodo e di La Pira nell'ex-contea di Modica all'alba del
XX secolo. Per entrambi qual'e' stato rispettivamente il ruolo
della famiglia, sul piano dello status sociale, dei vincoli
affettivi, della trasmissione dei valori individuali e collettivi?
E se Modica e Pozzallo sono stati il primo universo sociale
per Quasimodo e La Pira, come si presenta all'analisi storica
questo preciso contesto socioeconomico? Si tratta di domande
a cui non e' possibile dare in questa sede risposte esaurienti,
e le indicazioni sommarie che qui si formulano valgono soltanto
come approccio preliminare al tema e stimolo per piu approfondite
ricerche.
In un saggio recente ho gia' avuto modo di tracciare un rapido
profilo dei caratteri peculiari della provincia iblea, un'area
emblematica di un Mezzogiorno "diverso", perche' contraddistinta
sul lungo periodo dalla debole presenza del latifondo, dalla
tenuta della piccola proprieta' contadina, dall'assenza di profondi
squilibri sociali nelle campagne, dal policentrismo degli agglomerati
urbani (3). Diversamente da quanto continua a ripetere
una logora letteratura meridionalistica, I'area iblea non si
legge nei suoi processi di trasformazione socioculturali con
le categorie dell' "arretratezza" e del "sottosviluppo"; la
mitologia del profondo Sud non aiuta certo a restituirci la
comprensione dei mutamenti e delle articolazioni nella societa'
civile meridionale. Nel mezzo secolo compreso tra l'Unita e
la prima guerra mondiale, infatti, modifiche profonde erano
intervenute nelI'assetto socioeconomico delle campagne e delle
gerarchie urbane dell'ex-contea, tali da ribaltare il pregiudizio
di un Mezzogiorno come storia "immobile".
La formazione del mercato nazionale e la stipula di favorevoli
trattati commerciali nel quadro della politica economica liberistica
della Destra storica avevano sollecitato l'agricoltura del circondario
verso l'estensione delle nuove colture d'esportazione. Le coltivazioni
arboree contribuivano a dare un volto nuovo al paesaggio agrario
tra il1860 e il 1887: a quest'ultima data l'area iblea con circa
30.000 ettari di vigneto e con una produzione media di 400.000
ettolitri (di cui circa la meta' esportata) costituiva un esempio
di trasformazione fondiaria in sintonia con la favorevole congiuntura
dell'economia mondiale. Tra i due censimenti del 1861 e del
1881 un centro vinicolo come Vittoria registrava una esplosione
demografica da 16.000 a 24.000 abitanti, ne' minore risulta
l'incremento di popolazione del comune di Modica (da 30.000
a 41.000 ab.) nel cui hinterland insieme alla diffusione della
vite si accelerava l'intensificazione del seminativo nudo ad
alberato. Vigneto, oliveto e carrubbeto diventano i settori
trainanti dell'economia locale. Sempre alla meta degli anni
'80 il circondario di Modica produce 500.000 q. di carrubbe
(oltre la meta dell'intera produzione nazionale) in gran parte
destinate all'esportazione via mare dallo scalo di Pozzallo:
proprio sul commercio marittimo delle carrubbe si fonda la prosperita'
di questo centro urbano, che nel primo trentennio postunitario
vede raddoppiare da 3000 a 6000 ab. la sua consistenza demografica
(4).
Le
conseguenze della crisi agraria europea e della guerra commerciale
con la Francia interruppero bruscamente un trentennale trend
espansivo. Nel decennio 1888-1898 il circondario di Modica pagava
duramente l'eccessiva specializzazione culturale: alla diminuizione
del prezzo del grano si aggiungevano la fillossera, il blocco
dell'esportazione vinicola, il ridimensionamento della intermediazione
commerciale, il fallimento delle piccole banche locali sorte
nella fase espansiva precedente. Disoccupazione urbana e rurale
e jacqueries contadine sarebbero confluite nel vasto movimento
dei Fasci nel 1892-93, ma le agitazioni sociali provocate dalla
crisi non cessarono neppure dopo la repressione crispina: i
tumulti di Modica per la carestia del 1898 chiudono un periodo
fra i piu drammatici della storia iblea contemporanea (5).
Il secolo XX avrebbe pero riaperto una nuova e lunga fase di
prosperita' ancorata alla ripresa economica internazionale e
al generale rialzo dei prezzi agricoli. La ricostituzione dei
vigneti compie sensibili progressi grazie all'innesto delle
viti americane promosso con successo da Clemente Grimaldi; riprende
quota il carrubbeto in coincidenza con le nuove fabbriche di
distillazione dell'alcool che si insediano a Pozzallo provocando
un'ulteriore spinta all'urbanizzazione dell'ex-borgata marinara,
la cui popolazione balza dai 6500 ab. del 1901 ai 9000 del 1921.
Sono soprattutto le terre dell'altopiano a conoscere le sollecitazioni
produttive piu intense, ora che i prezzi crescenti del grano
e della carne accelerano la sostituzione del maggese con la
rotazione grano-fava e stimolano i progressi quantitativi e
qualitativi della zootecnia e della connessa industria di trasformazione
lattiero-casearia. Persistono anche in questi anni tare strutturali
che condizionano pesantemente i dinamismi in atto: alle deficienze
culturali, dovute all'alto tasso di analfabetismo ed alla scarsa
istnuzione tecnica ed agricola, si sommano la bassa produttivita'
delle colture, l'assenza di prati artificiali che impedisce
un moderno allevamento stanziale, la frammentazione dell'industria
casearia, l'avanzata dell'oliveto che come coltivazione promiscua
abbassa le rese unitarie del grano, mentre il secolare scivolamento
della popolazione dall'alta e media collina alle coste provoca
da un lato il declino di comuni come Monterosso, Giarratana,
Chiaramonte svuotati dall'emigrazione, dall'altro l'addensamento
demografico di Vittoria, Scicli, Pozzallo e Modica. Quest'ultima,
che dai 41.000 ab. del 1881 era passata ai 50.000 del 1901,
al censimento del 1931 registrava una popolazione residente
di 60.000 abitanti, collocandosi subito dopo Palermo, Catania
e Messina come la quarta citta dell'isola. E' una storia ancora
tutta da scrivere: nuove gerarchie urbane, processi differenziati
di trasformazioni economiche, mutamenti nella stratificazione
sociale e nei comportamenti collettivi: basti accennare alla
mobilitazione politica dei ceti medi urbani e delle masse popolari
che nel primo decennio del XX secolo fa scricchiolare il quadro
oligarchico della rappresentanza politica della provincia sotto
la spinta delle organizzazioni sindacali operaie e contadine.
Guerra e dopoguerra affretteranno lo sfaldamento delle elites
tradizionali sorprese dall'avanzata dei partiti di massa: nelle
elezioni amministrative del 1920 i socialisti conquistano la
maggioranza in otto dei tredici comuni del circondario ibleo,
ed a Modica e a Pozzallo si insedieranno per la prima volta
"giunte rosse" che solo lo squadrismo fascista fara' crollare
con la violenza (6).
Cosa
s'incardina di questa storia sociale nelle strutture mentali
di La Pira e di Quasimodo? Quale substrato di valori, di modi
di sentire, modella la personalita' di entrambi? Ogni correlazione
meccanica tra struttura e sovrastruttura, tra vicende collettive
ed individuali sarebbe operazione metodologicamente scorretta
e fuori luogo. E tuttavia questa diversa chiave di lettura della
Sicilia sud-orientale ricca di dinamismo socioeconomico e di
spessore culturale va tenuta presente per ricostruire il contesto
storico da cui prendono le mosse quelle due biografie intellettuali.
La Pira vive ininterrottamente a Pozzallo fino al 1914, vi ritornera'
ogni estate fino al 1926; trascorre infanzia fanciullezza e
parte dell'adolescenza nella citta' natale in condizioni di
media agiatezza in quanto il padre svolgeva mansioni di amministratore
delle proprieta' della nobile famiglia Tedeschi. Quasimodo si
allontanera' presto da Modica, ma anch'egli e' figlio dei nuovi
ceti medi del Sud. Il nonno si era impiegato nelle ferrovie
subito dopo l'Unita' in seguito alla apertura della linea Messina-Catania,
il padre viene promosso capostazione e trasferito nella citta
della contea. Ferrovieri i Quasimodo, ferrovieri i Vittorini
(Elio sarebbe diventato cognato del poeta), ferrovieri anche
gli zii di La Pira: una professione "moderna", sganciata dai
legami di dipendenza dal mondo rurale, espressione della penetrazione
del capitalismo in una societa' agricola che si apriva alle
opportunita' di piu vasti mercati economici e culturali. Del
resto la comune esperienza di Giorgio e Salvatore in qualita'
di ragionieri - contabili alle dipendenze dello zio di La Pira,
Luigi Occhipinti, solido commerciante ibleo trapiantato a Messina
che li alleva e li mantiene agli studi, smentisce l'abusato
cliche' sull'arcaica cultura contadina delle loro origini e
restituisce invece un ben piu' corposo spessore del loro habitat
familiare borghese, disponibile all'intraprendenza economica,
alla mobilita territoriale, ai veicoli culturali della modernizzazione
(7).
3.
Esilio e Terremoto: "L'infanzia imposseduta"
Ma se in La Pira queste radici iblee rimangono intatte a lungo,
nel ritrovarsi continuo a Pozzallo, nel colloquio epistolare
con i familiari, nella stessa ospitalita' messinese concessa
dagli zii Occhipinti, ad una piu' articolata valutazione si
presta la biografia quasimodiana, poiche' non sembra che nel
poeta modicano sia rimasta traccia alcuna del mondo natale,
del contesto sociogeografico ibleo. Purtroppo nella sua produzione
poetica cosiddetta "ermetica" - lo ha sottolineato opportunamente
Sipala - l'assoluta prevalenza , del fatto letterario sull'esperienza
biografica non fa affiorare nulla dei luoghi della prima infanzia,
neppure a livello di paesaggio che sussiste come fondale convenzionale
e scenografico (8). Eppure quando i ricordi della fanciullezza
emergono, senza mimetismi, nella poesia del secondo dopoguerra,
la Sicilia s'impone come realta' tragicamente arretrata: nel
celebre Lamento per il Sud, insieme alla riproposizione dei
moduli ideologici del sicilianismo, ad affermarsi nettamente
e' l'isola premoderna delle "permanenze" e della lunga durata,
non certo quella del "movimento" e delle rotture congiunturali
(9).
Oh, il Sud e stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
e' stanco di solitudine, stanco di catene,
e' stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per
i processi di trasformazione che hanno interessato l'area sud-orientale
dell'isola in eta' contemporanea, questa visione luttuosa e
dolente della Sicilia, disposta a trasfigurarsi soltanto su
registri mitico-edenici, non corrisponde intera al dinamismo
della realta' storica.
Dov'e' allora rintracciabile il dato esistenziale che giustifica
un cosi pessimistico immaginario sociale? Una possibile chiave
di lettura potrebbe cogliersi nel tragico rapporto che lega
infanzia e fanciullezza del poeta alle catastrofi naturali e
demografiche che scandiscono ciclicamente la vicenda individuale
e collettiva delle popolazioni meridionali.
Agli inizi del XX secolo Nitti individuava tre cause modificatrici
nella storia piu recente del Mezzogiorno:: alluvioni e frane,
terremoti, emigrazione, tre eventi in varia misura "catastrofici"
che interrompono violentemente antichi equilibri fisici, socioeconomici,
di psicologia collettiva (l0) Ora la dimensione esistenziale
dei primi anni di vita di Quasimodo e' stata fortemente suggellata
da questa triplice scansione della catastrofe, al punto da dettargli
nella tarda maturita' questa lucida confessione: "il dramma
e' stato sempre presente nella mia opera [...] un presentimento
umanamente sensibile alla storia ricca di sangue che si preparava
dal tempo della cosiddetta mia mitica infanzia" (11)
In effetti, la "grande alluvione" che nel settembre 1902 devastava
a Modica uomini e cose e' il primo laboratorio sperimentale
di dolore collettivo da cui anche la famiglia Quasimodo esce
sconvolta nella sicurezza degli affetti e delle certezze materiali
(12) Tra i componimenti delle Nuove Poesie c'e una lirica
dal titolo Cavalli di luna e di vulcani dove affiora prepotente
dalla preistoria dell'inconscio infantile la materia memoriale
del disastro: "nel tempo delle frane / le foglie, le gru assalgono
l'aria / in lume d'alluvione splendono i cieli densi aperti
agli stellati". E come non mettere nel conto il peregrinare
della famiglia al seguito del padre capostazione nelle localita'
piu povere e malariche della Sicilia "interna": dalle zolfare
di Aragona Caldara nell'agrigentino, a Sferro nella desertica
piana di Catania, a Comitini, alle paludi di Terranova? In un
saggio del 1965 Pugliatti enucleava fra le parole piu frequenti
del lessico quasimodiano i termini "esilio", "fuga/ritorno":
simboli verbali la cui insistita presenza, prima di ogni ovvio
riferimento all'eta' adulta (13), a mio avviso rimanda
alle strutture psichiche di base dell'infanzia del poeta. Il
tema dell'esilio, motivo dominante e comune a tanta parte dell'intellettualita
meridionale trasferitasi al nord, acquista valenza significante
in relazione all'emigrazione interna del nucleo familiare disperso
lungo il periplo dell'isola; esilio e innanzitutto rifiuto della
instabilita' abitativa, ricerca a ritroso di vincoli sociali
e affettivi piu saldi e meno precari di quelli offerti dalla
mobilita territoriale della famiglia, ricordo di un'arcaica
dimensione patriarcale nella originaria Roccalumera.
Ad appena sette anni c'e' infine l'impatto traumatico col terremoto
di Messina: dall'esperienza tragica della citta distrutta, dal
quotidiano convivere con le macerie ed i baraccamenti, dai carri
merci dello scalo ferroviario adibiti per due anni a provvisoria
abitazione dei Quasimodo nasce e si consolida nel poeta l'amara
consapevolezza di una "infanzia imposseduta". Scrivera' in Convalescenza
(una lirica di Oboe sommerso) "di te ho sgomento / il cuore
secco e dolente / infanzia imposseduta", lo ribadira' in Vicino
a una torre saracena, per il fratello morto con un icastico
verso "infanzia errata/ eredita di sogno a rovescio": la Sicilia
delle catastrofi e delle migrazioni interne fa velo ed oscura
irrimediabilmente i processi di modernizzazione che nel primo
ventennio del XX secolo andavano mutando contorni e strutture
della societa' meridionale.
Di
questa fanciullezza Pugliatti rievochera' con divertita nostalgia
le furibonde sassaiole domenicali fra i ragazzi del quartiere
"americano" e quelli del "genio civile" con Quasimodo acceso
combattente sulla riva destra del torrente Zaera (14);
Giuseppe Raneri un altro tipico esponente della "brigata. Messinese",
annota come fu soprattutto l'abilita nel gioco della "guerra
francese" a fare accettare il "mocciosetto con i pantaloni corti"
Giorgio La Pira dai piu' anziani allievi dell'Istituto Tecnico
"Jaci" (15) Con realismo dolente Quasimodo fissa invece
il ricordo indelebile della calamita' nella lirica Al padre:
Dove sull'acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo i binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, e' dicembre d'uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
cantiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verita' e lame
nei giochi di bassopiani e di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubo' la paura;
fu lezione di giorni miti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
della fucileria degli sbarchi, un canto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura [...]
4.
Socialismo e fascismo: gli anni messinesi
Nella citta' dello Stretto Quasimodo e La Pira vivono intensamente
la loro prima formazione culturale e politica nel segno dell'avanguardismo
letterario e dell'intransigenza antiparlamentare: si tratta
di una stagione breve ma assai importante, che ci restituisce
un'immagine di questi grandi intellettuali in fieri completamente
diversa dagli stereotipi agiografici. Nei suoi ricordi autobiografici,
Salvatore Pugliatti annota: "Si parlava di letteratura, di poesia,
di politica. Da ragazzi quali eravamo. Quasimodo (divenne Quasimodo
quando si trasferi' in continente) e i suoi compagni di classe,
quelli che erano in regola coi corsi, 16 anni; io ne avevo 14;
il piu piccolo era Giorgio La Pira tredicenne.
Leggevamo Dante, Platone, la Bibbia, T.Moro e Campanella, Erasmo
da Rotterdam, gli scrittori russi (specialmente Dostoievskij,
ma ci incantavano Andreyev e M. Gorki con i suoi romanzi sociali)
.
Leggevamo Baudelaire, il primo Mallarme', Verlaine, che a poco
a poco divennero i nostri numi" (16) Sono soprattutto
i docenti dell'istituto tecnico "Jaci" con un costante rapporto
anche extrascolastico, a mediare questi caotici approcci letterari,
a dare una prima sistemazione concettuale a un cosi' vasto ed
eterogeneo crogiuolo di letture: Clemente Valacca, Francesco
Satullo, Federico Rampolla costituivano un corpo insegnante
di alto livello intellettuale.
A
dare un indelebile suggello spiritualista ai "tre ragionieri"
di Messina sarebbe stato in primo luogo Federico Rampolla, nipote
del cardinale Rampolla del Tindaro e splendida figura di gattopardo
patrizio, non credente ma amico del prete blondeliano Onofrio
Trippodo, che a Palermo avrebbe accolto piu tardi il giovane
La Pira in crisi mistica.
Antipositivista, nazionalista in politica, autore tra l'altro
di un saggio sulla poetica pascolana e di un'inedita Filosofia
dell'arte, Federico Rampolla doveva riciclare Pugliatti Quasimodo
e La Pira dagli studi tecnici alla cultura umanistica, in una
triplice direzione: verso la filosofia, con una marcata opzione
per il pessimismo di Shopenauer e per il superomismo di Nietzsche;
verso la letteratura, con preferenza per i simbolisti francesi,
i populisti russi e il decadentismo italiano; verso le lettere
classiche, con un corso accelerato di latino e greco per La
Pira, mentre Quasimodo avrebbe intrapreso uno studio piu sistematico
della filologia classica nel 1923 a Roma presso monsignor Rampolla,
fratello di Federico.
Nel clima infuocato della "grande guerra" la giovanile brigata
messinese sperimenta furori letterari in chiave dannunziana
e futurista. Il 1916 e l'anno di fondazione della societa' letteraria
Peloro, nel 1917 vede la luce un nuovo giornale letterario con
sede nella casa del poeta Francesco Carrozza e poi in quella
di Quasimodo, nel 1920 si colloca infine la partecipazione al
periodico palermitano La Nave. In quest'ambiente elettrizzato
dalle "serate futuriste" se Quasimodo matura la sua prima stagione
poetica, La Pira non e' ancora approdato ad alcun interesse
religioso ma, dannunziano come il maestro, scioglie canti di
guerra ad Anarchia e a Violenza, esprime stati d'animo immanentistici,
dichiara di credere soltanto nella religione della poesia.
Con toni surreali e stilemi dannunziani nel giugno 1920 egli
pubblica la novella La luna ha un cerchio di vapori rossi, e
tuttavia non puo esimersi dal fare omaggio al "grande vecchio"
ancora vivente: "D'Annunzio racchiude in se - scrive su La Nave
- tutto il fenomeno letterario dell'epoca moderna. Egli ne e'
la causa prima futurismo, avanguardismo e modernismo non vengono
che da lui; chi, fuori di lui, si afferma, non ha che un nome:
Verga" (17) . Ma tra gli opposti idealtipi verista e
decadentista, e' a quest'ultimo che vanno le preferenze di La
Pira, anche perche' al di la' della letteratura l'adesione al
modello umano dannunziano ha esplicite motivazioni politiche.
Nel dopoguerra La Pira e' attratto dagli slogans nazionalistici
sulla "vittoria mutilata", s'infiamma per l'impresa di Fiume,
s'immerge nel sogno dannunziano di "giovinezza sociale", e nel
1922 diventa fascista fino a commentare con accenti trionfalistici
la marcia su Roma dalle colonne del quotidiano "L'Eco di Messina
e delle Calabrie" (18).
Se La Pira si accende di simpatie filofasciste, Quasimodo e
Pugliatti sembrano invece stare sull'altra sponda, seguendo
un itinerario ideologico che pur partendo dalle medesime fonti
culturali mostrerebbe di approdare al socialismo. La testimonianza
piu' viva e' ancora quella di Pugliatti: "Sempre in quegli anni
affamati di letture ci passavamo i libri di Bakunin e di Stirner,
di Marx, di Engels, di Lassalle, ma anche di Shopenauer e Nietzsche.
Finche' un giorno, presi i contatti con la Camera del Lavoro,
dove dominava la figura di Francesco Lo Sardo, costituimmo il
Fascio giovanile socialista; segretario Eugenio Savasta Fiore,
componenti: Salvatore Quasimodo, io, Raneri, Denti e altri [...]
Il gruppo era assai battagliero [...] Ma poi il Fascio giovanile,
che era diventato numeroso, fu sciolto, e noi ci disperdemmo"
(19).
Devo
ammettere pero' con franchezza di non condividere la tesi del
Mercadante, che di recente ha marcato una cesura troppo netta
sui contrapposti approdi politici dei nostri (20). Personalmente
ritengo che le differenze vadano attenuate: nel confuso massimalismo
di Pugliatti e Quasimodo ci sono piu Shopenauer e Nietzsche
che Marx ed Engels. Rispetto alle autentiche radici storiche
del socialismo italiano, figlio del positivismo ottocentesco
gradualista e internazionalista, quello di Quasimodo e un sovversivismo
a forti tinte patriottiche, non molto lontano dagli umori anticapitalistici
e repubblicaneggianti del mussolinismo sansepolcrista: non a
caso all'indomani della rotta di Caporetto egli aveva pubblicato
su La settimana illustrata un pezzo di retorica nazionalista
nel quale invocava "un saldo baluardo di giovinezza grigioverde
che porra' argine alla bigia marea incalzante su le pianure
italiche" (21).
Piu' che di coerenti scelte di classe, le diverse opinioni politiche
di La Pira e di Quasimodo rivelano il comune sradicamento sociale
provocato dalla guerra e di cui sono vittime principali i nuovi
ceti medi urbani.
Sovversivismo patriottico e radicalismo populistico si miscelano
grazie al collaudato solvente del meridionalismo conservatore,
che tutta questa generazione di intellettuali siciliani eredita
da una tradizione "alta" del pensiero politico, da Pasquale
Turiello a Gaetano Mosca: l'antiparlamentarismo soprattutto,
cioe' il rifiuto di riconoscere legittimita' di rappresentanza
e di mediazione sociale all'istituto parlamentare considerato
oramai decaduto in seguito al trasformismo prima ed all'ascarismo
poi di una classe politica corrotta e manipolata dal "ministro
della malavita". In tal senso nel Mezzogiorno "socialismo" e
"fascismo" sono categorie ambigue, che piuttosto si identificano
come sbocco politico obbligato dell'antigiolittismo degli intelletuali
periferici, la "forma" ideologica di quei ceti piccolo-borghesi
rimasti ai margini del sistema giolittiano di potere basato
sulla convergenza "corporatista" tra borghesia industriale e
movimento operaio organizzato.
Fascismo e socialismo come rivolta attivistica, dunque, come
rottura con un passato contrassegnato dall'asfittica democrazia
dei notabili, giudicata da un osservatorio particolare - la
Messina baraccopoli del dopo terremoto - da cui era possibile
misurare concretamente l'inefficienza dello Stato centrale di
fronte ai problemi finanziari e sociali della ricostruzione
(22). Il congedo dalla politica militante avviene comunque
assai presto per entrambi: per il poeta modicano la carriera
di agitatore rivoluzionario si interrompe definitivamente quando
come impiegato della Rinascente a Roma organizza uno sciopero
alla vigilia delle leggi eccezionali varate dal regime del 1926;
il filofascismo dell'intellettuale pozzallese e' lasciato alle
ortiche con un articolo dell'agosto del 1924 dal titolo Alla
ricerca della storia dove affiora la sociologia cristiana del
"popolo" destinata a trasformarsi piu' tardi in solidarieta'
con la "povera gente" (23).
5.
Misticismo e antimodernismo: la "conversione" di La Pira
L'abbandono della dimensione politica ha come condizionamento
esterno il lungo tunnel della dittatura fascista, la soppressione
delle liberta'. Ma non solo questo. L'estraneita' alla politica
nasce da piu profonde motivazioni: anche se ognuno per una sua
strada, la scelta religiosa per La Pira e quella artistica per
Quasimodo, entrambi avviano una silenziosa ricerca spirituale
che ancora una volta li ritrova insieme. La svolta e rappresentata
dalla "conversione" di Giorgio La Pira, irreversibile, che pero'
non giunge come una folgorazione improvvisa, ma alla fine di
un itinerario tormentato dal dubbio: "Ho attraversato varie
volte con vario affanno i sotterranei del pensiero - scrive
in una bellissima lettera al suo Toto Quasimodo - ho bussato
a molte porte, come un povero mendicante, per avere pane di
sapere, ho rifatto mille strade, mille mondi, ho amato mille
cose; sono stato troppo vagabondo in questo errare senza posa,
alla ricerca di un po' di pace per l'anima mia; io ho sempre
avuto in me sete di ascesi, sete di profondo annullamento nel
mio essere primiero che si ricollega a Dio; sono stato troppo
lontano, troppo deserto, troppo mistero" (24).
Dal dannunzianesimo letterario e dal mussolinismo politico alla
scelta radicale di vita religiosa c'e in La Pira una continuita'
di temperamento e di cultura che ha le sue matrici piu vere
nel misticismo spiritualista. Ma la transizione era stata lunga
ed interiormente sofferta: "mi sento un vuoto spaventoso - aveva
scritto nell'estate del '20 da Pozzallo all'amico Pugliatti
- e la spiaggia e di una immensita' molto severa; se tu mi vedessi
assorto, la sera, vicino al mare, specie quando, come ora, c'e
la luna. Dio mio, la vita come e strana!" (25). Considerata
ex post come una vocazione scontata, l'adesione lapiriana al
cattolicesimo e' invece la conclusione di una complessa vicenda
interiore. La testimonianza diretta di monsignore Matteo Gambuzza,
sulle esplosioni anticlericali del conterraneo Giorgio nei soggiorni
estivi a Pozzallo e su una storica passeggiata vespertina lungo
la marina di Raganzino nell'estate del 1922 conclusasi con la
recita in comune del rosario (26), apre uno spiraglio
sul viaggio spirituale di La Pira in terra iblea, laddove la
puntuale analisi di Giuseppe Miligi ha consentito di recente
di ricostruire in tutto il loro spessore le coordinate culturali
di quell'ambiente cattolico messinese (i sacerdoti Fochesato
e Gallo, lo scrittore "convertito" Guido Ghersi, ecc.) che contribui'
in maniera determinante a consolidare i fondamenti dottrinali
della fede lapiriana (27).
Da Bossuet ad Ozanam, attraverso il recupero della tradizione
mistico-ascetica dei grandi ordini monastici e la sistematica
intelaiatura della filosofia scolastica tomista La Pira avrebbe
maturato negli anni tra le due guerre una concezione del mondo
come storia sacra di salvezza, che negli anni '50 si sarebbe
ampliata con gli aggiornamenti essenziali di Mounier e di Maritain.
A differenza del popolarismo sturziano coagulatosi nella contigua
Caltagirone agli inizi del secolo come movimento politico proteso
a superare la pregiudiziale dell'astensionismo e ad assumere
la struttura moderna del partito di massa, il cattolicesimo
lapiriano rimane ancorato all'intransigentismo ed all'antimodernismo
dell'Opera dei Congressi, con una visione teocratica della societa'
umana modellata sulle gerarchie medievali della "citta celeste",
che gli deriva certamente dall'influsso del pensiero cattolico
francese (da Bossuet a Pascal, a Lammenais, a Chateaubriand)
filtrato dall'accostamento alle opere di Blondel.
A
mio avviso, le radici culturali della "profezia di pace" compiutamente
elaborata da La Pira solo negli anni '50 vanno individuate in
questa coerente ricerca intrapresa sin dagli anni '20 per tentare
una lettura del processo storico come graduale realizzazione
di una res publica cristiana e che appare contrassegnata da
una profonda consapevolezza della crisi della civilta' contemporanea
avvertita in termini apocalittici.
Coscienza della crisi e ripresa dell'integralismo cattolico
si inserivano del resto all'interno dell'ecclesiologia propria
del pontificato di Pio XI: le istanze neocorporative presenti
nella enciclica Quadragesimo anno (1931) si configuravano come
l'unica risposta possibile della Chiesa per instaurare un ordine
sociale cristiano lontano dall'anarchia dell'economia capitalistica
e dalle degenerazioni staliniane del "socialismo reale" (28).
L'interpretazione escatologica della storia spinge La Pira ad
individuare (dopo la caduta dell'impero romano e la lunga notte
delle invasioni barbariche) nelle "prime luci" del Medioevo
cristiano l'epifania del piano divino per l'uomo, culminato
nella fioritura metafisica artistica e socioeconomica del XII
secolo, fino a Dante, "la cima piu' alta dei valori culturali
della civilta' cristiana" (29). Ma l'eta' moderna con
la Riforma iniziava lo sgretolamento dei pilastri concettuali
del cristianesimo, distruggendo i concetti della solidarieta'
organica del corpo sociale: da Cartesio ad Hume, da Kant ad
Hegel, la filosofia moderna avrebbe spezzato la sintesi aristotelico-tomistica
del cristianesimo medievale aprendo una lunga parentesi di decadenza
della civilta'. Il mondo moderno diventa percio' la sintesi
di tutte le eresie, poiche' tanto il razionalismo settecentesco
quanto il positivismo del XIX secolo hanno nutrito nel loro
seno quella societa' borghese che ha avuto come presupposto
la sostituzione della centralita' umana rispetto a quella divina,
rompendo l'identificazione medievale tra Natura e Grazia. La
civilta' borghese per La Pira e' dunque inconciliabile con la
tradizione cattolica, poiche' essa incarna l'insurrezione contro
l'autorita' religiosa: la rivoluzione francese avrebbe portato
a compimento la dissociazione della ragione dalla fede, allo
stesso modo in cui la politica era andata separandosi dalla
morale, l'economia dalla giustizia, l'individuo dalla comunita',
lo Stato dalla Chiesa, con il risultato inevitabile di aprire
la strada all'ateismo radicale ed alla affermazione del socialismo
marxista in un contesto internazionale solcato dai bagliori
della guerra (30).
Integrismo ed antimodernismo, che del resto si ritrovano nella
cultura di ambienti cattolici come quello guidato da padre Gemelli
ed approdato nel 1914 alla fondazione dell'Universita cattolica
di Milano, nascono in La Pira dall'acuta consapevolezza della
crisi attraversata dalla societa' europea tra le due guerre
e ne motivano il recupero del misticismo utopico medievale e
il rifiuto antiborghese: "La vita moderna - scrive a Quasimodo
nel 1923 - prescinde dal Cristianesimo, prescinde da cio' di
cui si e' fatta: e' la contraddizione piu scimunita dei tempi
ammodernati. L'Arte, la Filosofia, la Morale, la Politica, il
Diritto, tutte le speculazioni in genere, tutti i motivi che
di per se' sono vanitas vanitatis, hanno significato nel collegamento
con Gesu'. Tutto e' Dio e tutto ripiglia significato a questo
lume. Da Lui deriva ogni bene, da lui che e' Uno: non panteismo,
che e' terreno dei sofisti" (31).
In quale misura una cosi' radicale scelta di vita incise sulla
qualita' e sul contenuto del rapporto personale tra l'intellettuale
pozzallese e il poeta modicano? Quale intreccio fra "pubblico"
e "privato" si viene configurando tra i due? E, infine, si puo
tentare una lettura "incrociata" tra carteggio epistolare lapiriano
e produzione poetica quasimodiana tale da restituirci una dimensione
esistenziale piu complessa di quelle esperienze umane? Le considerazioni
che seguono non sono ovviamente una risposta compiuta, ma solo
un esperimento preliminare.
6.
L'itinerario religioso della poesia quasimodiana
A conferma di una comune formazione e conoscenza spirituale
Quasimodo aveva composto negli anni giovanili messinesi la poesia
Il bimbo povero che si conclude con la simbolica identificazione
tra infanzia emarginata e Dio cristiano ("e' uno sempre il bimbo
vagabondo/ e' sempre Dio che cammina invano / dinanzi agli occhi
atoni del mondo"); ed allo stesso timbro di confuso messianismo
sociale sostanziato dalla protesta contro le ineguaglianze di
classe e dall'esaltazione del sottoproletario urbano si rifa'
il poemetto Il fanciullo canuto, dove con un linguaggio carico
di toni raccapriccianti viene presentato un campionario di figure
umane di infima estrazione sociale (tavernieri, prostitute,
mendicanti) allo scopo di riesumare liricamente i moduli dostoevskiani
del contrasto violento tra abiezione e santita' (32).
Il componimento e emblematicamente dedicato "a Giorgio La Pira,
che sa piangere presso la mia anima"; quest'ultimo, tanto nelle
recensioni letterarie coeve quanto nella corrispondenza epistolare
con il poeta, propose la definizione di Quasimodo come "divino
cantore della povera gente", paragonando quei versi giovanili
"alla predicazione di un santo [che] scava troppo profondo nei
sotterranei del nostro essere umile" (33). Nonostante
le insistite gratificazioni dell'amico pozzallese, sappiamo
tuttavia che il poeta abbandono' all'inizio degli anni '20 questo
lessico decadente, grondante di umori religiosi, per aderire
con esiti originali alla poetica della "poesia pura", cosicche'
nelle successive raccolte di Acque e terre (1930) e di Oboe
sommerso (1932) la prevalenza della chiusura espressiva e dell'astratto
vocabolario grecizzante sembra far perdere ogni residua traccia
di una problematica religiosa.
Personalmente ritengo errata la sottovalutazione della dimensione
del "sacro" nella poesia quasimodiana, su cui di recente ha
insistito Barberi Squarotti negandole qualsiasi carattere di
trascendenza (34). Del resto era stato per primo Sergio
Solmi ad individuare in Quasimodo una tendenza mistica a sfondo
religioso, e sempre alla fine degli anni '30 Carlo Bo ebbe ad
evidenziare nel poeta "un desiderio infinito d'eterna presenza".
Ma si tratta poi di una fede immanentisticamente intesa o di
una predisposizione generica verso una divinita' astratta, come
gia' ebbe modo di sottolineare il Macri', oppure e legittimo
ipotizzare l'esistenza di un autentico problema di fede cristiana,
il quale, anche se mai definitivamente risolto, percorrerebbe
assiduamente tutta la produzione ermetica fino agli anni '30?
(35). La questione e' delicatissima e bisogna evitare
i giudizi unilaterali. Non puo' essere passata sotto silenzio,
tuttavia, la recisa affermazione del poeta nella celebre intervista
concessa a F.Camon: "il mio problema religioso - confesso' -
riguarda il Dio cristiano. Non si puo pregare un Dio generico.
Io non ho mai dato manifestazioni di ateismo: questa e' la vera
causa dei dissidi con i movimenti politici di sinistra" (36).
E un'attenta ricerca in questa direzione aspetta ancora di essere
compiuta, soprattutto per Acque e terre, Oboe sommerso ed Erato
ed Apollion, le tre raccolte edite tra il 1930 e il 1936 che
ratificano l'impatto di Quasimodo con l'ermetismo fiorentino,
ma la cui "storia interna" e' quella di essere state composte
in gran parte nel fitto laboratorio degli anni '20, a contatto
con gli amici messinesi con i quali il poeta condivise lungamente
influssi culturali e dinamiche esistenziali. Tutte le liriche
di queste tre raccolte sono sapientemente sparpagliate e lessicalmente
filtrate per mimetizzare volutamente qualsiasi realistico riferimento
biografico: la lettura incrociata degli epistolari privati recentemente
editi e di alcuni testi poetici consente pero' di squarciare
qualche velo ed autorizza ad abbozzare l'ipotesi di un inedito
itinerario religioso.
Il
carteggio con La Pira ci offre alcune interessanti conferme
al riguardo. Le lettere di Quasimodo sono una testimonianza
diretta del travaglio intimo che lo scuote negli anni del soggiorno
romano, tra difficolta' finanziarie e crisi mistiche. "Per te
che mi comprendi (a chi altro mandarla?) - scrive all'amico
nel gennaio 1922 - ho fatto trascrivere questa lirica mia; ti
prego, scrivimi, mondo da qualsiasi lenocinio, il tuo giudizio.
Poi te ne faro leggere un'altra, umile e fredda, vicina da presso
a le nostre anime di conquistatori e di distruttori di sogni.
Adesso faccio il disegnatore presso un ingegnere. Quando avro'
fatto il ruffiano, la serie sara' completa" (37). Pur
tra sconforti esistenziali ed occupazioni precarie, cinque mesi
dopo comunica di avere acquistato un volume sul pensiero religioso
di Dostoievskij; e nel marzo '23 non riesce a tacere la propria
crisi spirituale: "eccomi nuovamente al lavoro, bestiale ed
inutile, confortato soltanto dal tormento dell'anima. Da te
aspetto soltanto un po' di speranza e la parola dello spirito.
Salute e fraternita'" (38). La successiva corrispondenza
scandisce senza soluzioni di continuita' le tappe di una ricerca
incessante. 19 dicembre 1923: "una lacuna s'e' scavata nella
mia vita.
Oggi ho ricominciato a vivere. Serenita". 8 gennaio 1924: "freddo
astrale nell'anima. Tieniti vicino a me, Giorgio, in questi
giorni di maggiore tormento". Il 17 aprile spedisce una cartolina:
"a mezza voce, come davanti al Mistero - Due croci sul mio nome.
Toto". Alla vigilia di natale una frase significativa in una
lettera densa di riferimenti a monsignor Rampolla ed a padre
Gemelli: "che la Nativita' prossima ti sia acqua viva"; infine,
dopo un silenzio di sei mesi, annuncia laconicamente una visita:
"ho desiderio di riabbracciarti" (39).
Per questo gruppo di lettere non disponiamo purtroppo delle
risposte di La Pira, del quale sono state invece rintracciate
alcune missive fiorentine alla fine degli anni '20. In una lunga
corrispondenza del dicembre 1927 Giorgio partecipa al poeta
ritornato a Reggio Calabria "l'incredibile efficacia del tuo
verso sul mio cuore; alle volte una tua poesia e' per me quasi
motivo di preghiera e di interiore devozione", per concludere
con un'indicazione precisa: "Ora che la Grazia ti ha fatto definitivamente
suo, e Gesu' ha baciato, per sanarla, la tua anima, poni a servizio
di Dio lo splendore e la potenza della parola. Essa ti serva,
soprattutto, per imprigionare l'infinito nei tuoi versi. Sii
ladro delle gemme che splendono nella vita eterna; sia che tu
le rubi alla natura o al mondo morale, questo furto non dispiacera'
la giustizia di Dio [...] Il verso, io credo, quando e' perfetto
[...] e' un brano, ma compiuto, dell'eternita'. [...] E' per
questo che la poesia - l'arte in genere - non perisce; ma sta,
malgrado le vicende umane. [...] Penso che tu potresti col tuo
verso - felice grimaldello che ti permette di aprire le mistiche
cose dell'anima - racchiudere brani notevoli di mistero: di
quel mistero illuminato, e illuminante quale ce lo da' la Rivelazione
di Gesu' Cristo. Ti prego, Toto, di curare con la massima cautela
il tuo mondo interiore; ama, sovrattutto, dopo Gesu', la Vergine
Maria: e chiedi a Lei tutti i fiori che hai bisogno e tutti
i profumi che ti necessitano per vestire a nuovo, col buon odore
di Cristo, la tua anima" (40).
Nelle
altre lettere La Pira raccomanda al poeta di preservare la purezza,
di esercitarsi nella giornaliera meditazione sui testi sacri,
di trovarsi un bravo direttore spirituale per consolidare una
robusta formazione teologica. E nel luglio del 1928 si compiace
di ricordare: "Ripensa all'inferno che ti aveva gia' posseduto,
alle macchie incalcellabili che avevano distrutto il tuo corpo
e la tua anima, e paragona tutto cio' con il manto di purita'
e di splendore che il Signore ti ha ora porto . Tu non sei piu
tu, e' Cristo in te ! E allora convinto di questa divina opera
di amore, inginocchiati, fratello mio, ad adorare l'Agnello,
[...] supplicalo affinche' tu possa giorno per giorno sentirti
a Lui legato da un vincolo che l'inferno non deve mai spezzare.
[...] Concepisci la tua vocazione di poeta come la maniera particolare
del tuo apostolato [...] Tu devi essere il dolce e potente giullare
di Dio!" (41).
Se questo rapporto epistolare documenta "dall'interno" la storia
di una crisi religiosa, la conversione quasimodiana non resiste
al tarlo del dubbio: a differenza di La Pira, il poeta non ha
certezze da difendere. Benche' nella corrispondenza epistolare
fra i due si apra un ulteriore vuoto cronologico, ci rimane
una lettera di La Pira, che alla vigilia di Pasqua del 1930
coglie con rammarico i segni di un nuovo distacco dalla fede:
" Tu dici che pur sempre nuovi turbamenti affaticano la tua
carne - gli scrive quasi supplicando da Vienna - ma io ti raccomando,
Toto, di non rifiutare questa parola che il Signore ti manda
per mio mezzo. Procura di accostarti alla Comunione quanto piu
frequentemente possibile, magari ogni giorno" (42) Nell'Introduzione
al carteggio tra La Pira e Pugliatti il curatore Francesco Mercadante
ha di recente sottolineato come con queste continue perorazioni
all'ascetismo "La Pira violenti allegramente le ragioni dell'intelligenza
laica come la intende Quasimodo", e a conferma della sua interpretazione
cita un'affermazione tratta dalla raccolta di saggi Il poeta
e il politico dove Quasimodo dichiara che "il fattore religioso
puo spingere ancora a imprigionare l'intelligenza dell'uomo"
(43). Una siffatta valutazione appare tuttavia unilaterale
e poco accreditabile sul metro di una rigorosa analisi delle
motivazioni culturali che hanno sostanziato il rapporto umano
e spirituale tra i due intellettuali iblei. Innanzitutto non
si puo mettere avanti arbitrariamente il Quasimodo degli anni
'50 per sostenere la continuita' del suo "laicismo" anche negli
anni '20: una tale operazione non solo sottovaluta la permanenza
di motivi religiosi nella poesia quasimodiana del secondo dopoguerra,
ma finisce per negare ogni svolgimento interiore lungo un trentennio
in una personalita' oltremodo complessa come quella quasimodiana.
In secondo luogo non si deve trascurare che la cosiddetta "intelligenza
laica" di Quasimodo ha come retroterra comune con La Pira la
meditazione su testi sacri come i Vangeli (non a caso tradurra'
quello di S.Giovanni) e filosofi come S.Agostino, Cartesio e
Spinoza fortemente caratterizzati sul terreno della ricerca
religiosa.
Ad ogni buon conto, infine, occorre spiegare l'insistente afflato
religioso che domina la corrispondenza La Pira - Quasimodo in
entrambe le direzioni. Giorgio si rivolge a Salvatore non come
ad un infedele da convertire (un tono spesso usato invece nei
confronti di Pugliatti) ma come ad un suo "fratello di pena":
a meno di non voler mettere gratuitamente in ridicolo La Pira,
che senso avrebbe raccomandare, ad una persona che non crede,
di farsi la comunione ogni giorno? Del resto, in calce al manoscritto
del 1930 sopra riportato Quasimodo ebbe a scrivere di suo pugno:
"dopo questa lettera ho scritto Confessione", una lirica che
compare in Acque e terre col titolo mutato in quello oggi noto
di Si china il giorno, per obbedire alla regola assoluta di
mimetizzare qualsiasi dato biografico:
Mi trovi deserto, Signore
nel Tuo giorno,
serrato ad ogni luce.
Di Te privo spauro
perduta strada d'amore
e non m'e' grazia
nemmeno trepido cantarmi
che fa secche mie voglie.
Ti ho amato e battuto;
si china il giorno
e colgo ombre dai cieli:
che tristezza il mio cuore
di carne!
Qui la lettura parallela del testo poetico e del carteggio con
La Pira diventa una chiave interpretativa essenziale per sfrondare
i veli dell'ermetismo e comprendere storicamente una fase di
transizione finora mai esplorata nella vicenda esistenziale
di Quasimodo: la dichiarazione di disseccamento spirituale conferma
lo smarrimento della fede appena conquistata (44).
Se nella raccolta Acque e terre la tematica religiosa si ritrova
ancora in poesie come Nessuno o la piu celebre Ed e subito sera,
e soprattutto in un gruppo di sei liriche volutamente sparse
nel volume Oboe sommerso che si coglie una precisa linea di
sviluppo del "romanzo religioso" quasimodiano, rivelando lo
svolgimento storicamente determinato di una "conversione" subito
dopo ritrattata. Curva minore esprime il dualismo kiergergardiano
tra una lontana ed incomunicabile divinita' e l'angosciata solitudine
dell'uomo: "ancora mi lasci: sono solo / nell'ombra che in sera
si spande". In Lamentazione d 'un fraticello d'icona prevale
invece una tonalita' di religiosita' luttuosa su cui s'innesta
il leit-motiv dell'aridita' spirituale ("di assai aridita mi
vivo/mio Dio; / il mio verde squallore") filtrato da una macerazione
cupa della propria fisicita' alla maniera mistica di Iacopone:
"mi cardo la carne / tarlata d'ascaridi / amore, mio scheletro".
La mia giornata paziente rappresenta il terzo tempo della "suite"
religiosa quasimodiana, dove emerge una coscienza piu limpida
e disposta alI'accettazione cristiana del dolore ("La mia giornata
paziente / a Te consegno Signore [...] M'abbandono, m'abbandono"):
la parola non ha piu i violenti ritmi iacoponiani e manifesta
una piu serena disponibilita' spirituale. Metamorfosi nell'urna
del santo e una composizione dal timbro "francescano", dove
compare il meccanismo quasimodiano della "riduzione": guardando
fisso dentro l'urna il poeta immagina infatti di essere tornato
indietro, verso le origini remote della vita, fino a identificarsi
con la vegetazione dei fondi lacustri ("mi devasta oscura mutazione
/ Santo ignoto: gemono al seme sparso / larve verdi: / il mio
volto e loro primavera"). Dammi il mio giorno registra la riduzione
massima, fino alle forme piu elementari dell'esistenza, cosicche'
il poeta viene ad identificarsi con un "fossile emerso da uno
stanco flutto": un mistico rapimento francescano dinanzi alle
creature dell'universo aleggia in tutto il componimento, che
gia' nei versi d'apertura appare scandito da un ritmo intenso
di preghiera affinche' l'uomo oppresso da una civilta' corrotta
possa tornare ad assumere il volto "liscio e purissimo" dell'infanzia.
L'ultimo tempo, infine, e' rappresentato dalla lirica Amen per
la domenica in albis in cui prevale la soluzione agostiniano-fracescana
della conversione illuminata dalla grazia: "non m'hai tradito,
Signore / d'ogni dolore son fatto primo nato"(45).
Dalle
considerazioni sopra svolte la datazione di questo gruppo di
sei poesie puo essere stabilita con buona approssimazione tra
il 1925 e il 1930, negli anni cioe' del massimo accostamento
alla fede cristiana e corrispondenti al ritorno temporaneo del
poeta a Reggio Calabria: non a caso e' "Signore" il vocabolo
emergente nel lessico quasimodiano di questo periodo. In una
lettera indirizzata a Pugliatti nel luglio 1930 La Pira distingueva
lucidamente nella poesia di Quasimodo il "periodo romano" soffocato
dalla sofferenza e dal tormento interiore e il "periodo reggino"
in cui una nuova liberta' spirituale "feconda il canto e ne
rende armoniosa e finissima l'eco infinita", per sottolineare
poi nei confronti del collega non credente come "il liberatore
da un servaggio che offuscava l'anima" non potesse esser altro
che il Dio cristiano finalmente riconosciuto dal comune amico
(46).
La collocazione di queste liriche in Oboe sommerso non deve
pero' ingannare, poiche' quando il volume viene dato alle stampe
nel 1932 le certezze cristiane di Quasimodo sono ormai svanite.
Ce ne da' conferma l'allentamento del rapporto umano ed epistolare
tra il poeta e La Pira, il quale chiede invano notizie e s'interroga
se "non s'e' spenta l'amicizia antica" (47); in un'altra
lettera senza data (ma certamente riferibile alla meta degli
anni '30) egli quasi supplica: "e' tanto che non ci si scrive!
Toto' caro, non lasciare senza alimento la lampada della tua
anima; la voce di Cristo non passi senza echi nell'intimo della
tua vita" (48).
Il misticismo cristiano degli anni '20 non si dissolve certamente
d'un tratto, cosicche' nel volume Erato ed Apollion edito nel
1936 permangono accenti di religiosita' cattolica, come nella
lirica Primo giorno, in cui l'idea della morte e' associata
al senso salvifico del Dio cristiano che muore sulla croce:
"e' Tuo il mio sangue,/ Signore: moriamo". Oppure si rileggano
i versi angosciati dell'altra lirica Al Tuo lume naufrago: "Tu
m'hai guardato dentro/ nell'oscurita' delle viscere: / nessuno
ha la mia disperazione / nel suo cuore. / Sono un uomo solo
/ un solo inferno". Dall'inferno al paradiso, dal paradiso all'inferno.
L'itinerario religioso quasimodiano ha una progressione ciclica,
segnata dal tormento di una fede irrisolta: "il Tuo dono tremendo
/ di parole, Signore / sconto assiduamente".
In questa terza raccolta, tuttavia, la linea di sviluppo della
poesia quasimodiana si e' profondamente modificata, distaccandosi
dagli influssi lapiriani. Il carteggio dei tardi anni '30 con
la Cumani documenta che l'ansia di salvezza in Quasimodo e ormai
separata dal Dio cristiano, cosi' da giustificare la polemica
contro i rigidi schemi della morale cattolica. "Vorrebbero salvarti
il corpo e l'anima - scrive il poeta nel marzo 1937 - e i metodi
sono quelli adoperati da secoli per il gregge umano. Ma non
e' questa la Misericordia che predica la Chiesa.
Noi non guarderemo i sepolcri imbiancati" (49). Neppure
in questo caso si tratta di un coerente approdo al laicismo,
poiche' al superamento della matrice agostiniana corrisponde
in Erato ed Apollion il recupero di una tensione religiosa piu
dilatata, dal ritmo eracliteo, immanentistica.
In un acuto saggio Giuseppe Zagarrio ha colto nella poesia di
Quasimodo l'emergere di una fonte mistica premedievale, quella
derivata dalla filosofia pitagorica e dall'orfismo dei misteri
eleusini, che si estrinseca nell'identificazione animistica
tra l'uomo e la natura (50).
Nel
corso degli anni '30 sono l'accostamento filologico alla letteratura
classica e' l'attivita' di traduzione dal greco e dal latino
a mediare poeticamente questo ineffabile rapporto cosmico tra
natura ed umanita'. L'intreccio tra motivi classici e medievali,
orfici e cristiani, diventa da questo momento una chiave obbligata
per decodificare il Quasimodo piu "difficile" e per penetrare
nella struttura della poesia piu' ermetica. Nel linguaggio quasimodiano
ora si unificano mitologia classica e simbologia cristiana,
cifra orfica e cifra liturgica. Fra i tanti esempi possibili,
si rilegga almeno Sul colle delle terre bianche, dove il tema
francescano dell'"umiliazione" si combina con i moduli ovidiani
della riduzione ai fenomeni del mondo vegetale: "con gli alberi
mi umilio/ infermo verde". E nella stessa lirica l'immersione
finale nel magma vitale dell'universo ritorna a significare
una nuova "ansia di canto" per depurare nel mito metamorfico
la propria coscienza tormentata:
e fammi vento che naviga felice
o seme d'orzo o lebbra
che si esprima in pieno divenire
e sia facile amarti
in erba che la luce accima.
Bibliografia
1) S.Pugliatti, Parole per Quasimodo, Ragusa, 1974.
2) S.Quasimodo - G.La Pira, Carteggio, a cura di A. Quasimodo,
Milano, 1980; G. La Pira, Lettere a Salvatore Pugliatti (1920-1939),
a cura di F. Mercadante, Roma, 1980; G. La Pira, Lettere a casa,
a cura di D. Pieraccioni, Firenze, 1982. Per un sintetico profilo
biografico v. A. Fanfani, Ciorgio La Pira. Un profilo e ventiquattro
lettere, Milano, 1978, nonche' i saggi contenuti nel numero
monografico della rivista "Testimonianze", aprile-luglio 1978.
3) G.Barone, Un mezzogiorno diverso tra arretratezza e sviluppo,
"Bozze", n.4 luglio-agosto 1982, pp. 61-92. V. pure l'aggiornato
quadro statistico offerto da G. Chessari, L'altra Sicilia. L'economia
della provincia di Ragusa nel contesto regionale e nazionale,
Ragusa, 1981.
4) Manca a tutt'oggi una ricostruzione storica dei processi
di trasformazione socioeconomica dell'area iblea in periodo
postunitario. Per i primissimi anni dopo l'Unita alcuni essenziali
riferimenti nel mio Ideologia e politica nel Fra' Rocco (1860-1862)
e nel contributo di G. Giarrizzo, La societa' rurale del modicano,
entrambi pubblicati nel volume Serafino Amabile Guastella e
la cultura contadina nel modicano. Atti del convegno (Modica-Chiaramonte
Gulfi, 13-16 marzo 197S), in "Archivio Storico per la Sicilia
orientale", a. LXXV, 1979, fasc. 1, pp. 87-98 e 123 -148. Va
segnalata la recente opera di L. Sciascia-G.Leone, La contea
di Modica, Milano, 1983, splendida sotto il profilo iconografico
ma approssimativa e lacunosa nel testo. Una riconsiderazione
aggiornata dell'economia siciliana nel periodo 1860-1880 in
G. Astuto, Agricoltura e classi rurali in Sicilia (1860-1880),
"Annali 80", Dipartimento di Scienze storiche della Facolta'
di Scienze Politiche dell'Universita di Catania, 1982, pp. 5-79.
5) Sugli effetti della crisi agraria nell'isola cfr. AA . W
., I Fasci siciliani. Nuovi contributi ad una ricostruzione
storica, 2voll.,Bari 1975-76;F. Renda, I Fasci siciliani 1892-94,
Torino, 1978; G.Barbera Cardillo, Economia e societa' in Sicila
dopo l'Unita' 1860-1894, Geneve, 1983, Su un registro diverso
dall'analisi storica v. pure il volume di G.Iacono-F.Meli, Comiso
ieri. Immagini di vita signorile e rurale, (con introduzione
di G.Bufalino), Palermo, 1978, che raccoglie una selezione del
ricco archivio fotografico della famiglia lacono della fine
del XIX secolo.
6) G. Barone, Ristrutturazione e crisi del blocco agrario Dai
Fasci siciliani al primo dopoguerra, in AA.W., Potere e societa'
in Sicilia nella crisi dello Stato liberale, Catania, 1977,
pp. 3-145. Cfr. pure i numerosi e documentati contributi di
G.Micciche', La ripresa socialista nella Sicilia sud-orientale
all'inizio del secolo, "Movimento operaio e socialista", 1964,
n. 1; All'indomani della grande guerra Riformismo e massimalismo
nella Sicilia sud-orienrale, ivi, 1966, n.2; ll suffragio universale
e l'avanzata dei lavoratori nella Sicilia sud-orientale, ivi
,1967, n. 1; La Sicilia orientale dall'occupazione delle terre
al fascismo 1919-1922, ivi, 1970, n.1 Dello stesso autore v.
pure Dopoguerra e fascismo in Sicilia, Roma, 1976.
7) Sui processi endogeni di mobilita sociale nell'isola cfr.
S.Lupo - R. Mangiameli. La modernizzazione difficile: blocchi
corporativi e conflitto d i classe in una societa' arretrata,
in AA.VV., La modernizzazione diff icile. Citta' e campagne
nel Mezzogiorno dall'eta' giolittiana al fascismo, Bari, 1983,
pp. 217-262. Sui rapporti di parentela tra il poeta modicano
e lo scrittore siracusano v. le notizie riportate da Rosa Quasimodo,
Vittorini e Quasimodo nelle memorie d i Rosina, "Osservatore
politico e letterario", dicembre 1981, n. 12.
8) P.M. Sipala, n quaderno di poesie del ragazzo Quasimodo,
in AA. VV., Quasimodo: I'uomo e il poeta, Cittadella editrice,
Assisi 1983, p. 100.
9) Per questi aspetti cfr. N. Tedesco, L'isola impareggiabile.
Significati e forme del mito di Quasimodo, La Nuova Italia,
Firenze 1977, pp. 3-87.
10) F.S.Nitti, Inchiesta sulle condizioni dei contadini in Basilicata
e in Calabria (1909), in Scritti sulla questione meridionale,
a cura di P. Villani e A. Massafra, Laterza, Bari, 1968, pp.
57-59. Sulla valenza metodologica di questa tematica nelle nuove
ricerche di storia sociale cfr. I'acuto saggio di P. Bevilacqua,
Catastrofi, continuita', rotture nella storia del Mezzogiorno,
"Laboratorio politico", 1981, n. 5-6, pp. 177-219.
11) In tal senso la testimonianza raccolta dal figlio Alessandro
Quasimodo, Immagini nello specchio della memoria, in Salvatore
Quasimodo. Atti del convegno nazionale di studi, Siracusa-Modica26-27-280ttobrel973,
a curadi P.M. Sipala ed E. Scuderi, Tringale editore, Catania,
1975, p. 19. Ulteriori indicazioni nel testo teatrale curato
sempre da A. Quasimodo, Operai di sogni, in AA.W., Quasimodo:
I'uomo e il poeta, cit., pp. 11-63.
12) Sulla disastrosa alluvione de 1902 cfr. La ricostruzione
scientifica delle cause fatta dal geografo P. Revelli, n comune
di Modica, Sandron, Palermo 1904, pp. 204-229 (oggi in ristampa
anastatica della casa editrice Atesa, Bologna, 1984). Ma per
una piu' partecipata storia sociale dell'evento v. pure il piu
recente contributo di G.Modica-Scala, La grande alluvione, Edizione
"Voce Libera", Modica 1969.
13) S.Pugliatti,"Esilio" e "ritorni" nella poesia di Salvatore
Quasimodo, in Parole per Quasimodo, cit., pp. 155-165.
14) S.Pugliatti, Quasimodo a Messina; i primi passi, in Parole
per Quasimodo, cit. pp.37-38.
15) G. Raneri, Ricordo di La Pira, "La Gazzetta del Sud" 3 dicembre
1977; IDEM, Quando La Pira studiava a Messina, 19 febbraio 1978
entrambi gli articoli sono ripresi, insieme ad altra interessante
documentazione inedita, da G.Miligi, Quelli del tecnico: ritratto
di gruppo, in Scritti in onore dell'lstituto Tecnico commerciale
"Antonio M. Jaci" di Messina nel CXX anniversario della fondazione
(1862-1982, Messina, 1982, Tomo primo, pp. 69-110. Nello stesso
volume v. pure l'attento contributo di F. Mercadante, Ciorgio
La Pira: un intellettuale cattolico tra le due citta, ivi, pp.
205-258.
16) S.Pugliatti, Quasimodo a Messina: i primi passi, in Parole
per Quasimodo, cit., pp. 38-39. Per una riconsiderazione critica
delle avanguardie letterarie isolane cfr. il contributo di R.M.
Monastra, Origini e risvolti politico-sociali del futurismo
siciliano, "Archivio storico per la Sicilia orientale", 1981,
fasc. 1, pp. 151-169. Sui rapporti di La Pira con gli ambienti
futuristi siciliani v. pure G. Miligi, La sicilianita' di Giorgio
La Pira. Un carteggio inedito con Vann'Anto', "Cronache di una
provincia", Ragusa, dicembre 1980, nn. 3-4, pp. 40-50. Per alcune
valutazioni di carattere generale sull'ideologia regionalista
di molti intellettuali siciliani negli anni a cavallo della
prima guerra mondiale (e da cui neppure La Pira resto' immune)
rimando al mio saggio Antonio Aniante dal sicilianismo al fascismo:
itinerario di un intellettuale deluso, in Atti del convegno
nazionale su Antonio Aniante, Catania, 1984, pp. 75-105.
17) G. La Pira, D'Annunzio, Verga, G. Da Verona, "La Nave",
a. IV, n. 1 pp. 13-17, cit. da F. Mercadante, Presentazione
al volume di G. La Pira, Lettere a Salvatore Pugliatti, cit.,
p. 19.
18) Sulle posizioni politiche di La Pira nel primo dopoguerra
v. I 'acuto e documentato volume di G. Miligi, Gli anni messinesi
di Giorgio La Pira, Milano, 1980.
19) S.Pugliatti, Quasimodo a Messina, cit., pp. 49-50.
20) F.Mercadante, Presentazione, cit., pp. 27-32.
21) S.Quasimodo, Profughi, "Settimana Illustrata", 16 dicembre
1917, ripubblicata in S.Quasimodo-G.La Pira, Carteggio, cit.,
pp. 52-53.
22) Per un'analisi delle lotte di potere nella Messina del dopo-terremoto
rimando al mio saggio sull'uso capitalistico del terremoto:
blocco urbano e ricostruzione edilizia a Messina durante il
fascismo, "Storia urbana", 1982, n.19, pp. 47-104. V. pure M.Saija,
Un "soldino"contro il fascismo. Istituzioni ed elites politiche
nella Sicilia del 1923, Catania, 1981. Per una ricostruzione
delle vicende storiche post-unitarie della citta cfr. G.Barbera
Cardillo, Messina dall'Unita all'alba del novecento, Geneve,
1981.
23) L'articolo e ripubblicato in appendice al volume di G.Miligi
Gli anni messinesi, cit., pp. 118-124. Per un commento critico
a questo testo v. infra, pp. 64-70.
24) La Pira a Quasimodo 4 ottobre 1922, in Carteggio, cit.,
pp. 58-59.
25) La Pira a Pugliatti, 24 luglio 1920, in Lettere a Pugliatti,
cit., pp. 54-57.
26) M.Gambuzza, Non ti fidare dei preti!, "La vita diocesana"
(Noto), 17 novembre 1978, n.41.
27) G.Miligi, Gli anni messinesi, cit., pp. 59-88. V. pure il
romanzo postumo di G . Ghersi, La cind e la selve, Milano, 1983,
e le considerazioni critiche dello stesso G.Miligi, il "caso
Ghersi", "Nuova rivista europea", 1983, n.9 pp. 59-68. Al riguardo
cfr. la documentazione pubblicata da F. Mercadante, Un carteggio
La Pira-Chersi: alla ricerca della storia", ."lustitia", 1979,
pp. 347-377. Le undici lettere dello scrittore messinese a La
Pira sono anche ristampate in appendice al volume di Miligi,
op.cit.. DD. 98-110.
28) Sulla cultura cattolica tra le due guerre in Italia cfr.
G.Baget-Bozzo, ll partito cristiano al potere. La D. C. di De
Gasperi e di Dossem 1945-1954, Firenze,1974, vol. I, p. 45 sgg.
V. pure la voce Cristianesimo sociale curata da G.Brezzi, in
Il mondo contemporaneo Storia d'Europa, Firenze, 1980, volume
primo, pp. 184-206, e l'antologia I cattolici tra fascismo e
democrazia, a cura di P.Scoppola e F.Traniello, Bologna, 1975.
29) G. La Pira, Prefazione al volume di Romero Carranza, Ozanam
e i suoi contemporanei, Firenze ,1954. Sulla formazione del
pensiero cattolico lapiriano cfr. i recenti contributi di G.
Galeazzi, Maritain e La Pira: aspetti di un confronto, "Aggiornamenti
sociali", 1980, n.1 pp. 31-43, e di G.P. Melucci, La Pira e
Ozanam, testimoni cristiani di un'eta' di transizione, ivi 1982,
n.4, pp. 299-310.
30) Cfr. Io scritto di G.La Pira, La missione del dotto, "Azione
fucina", 24 marzo 1944, ora ripubblicato nel mensile della Fuci
"Ricerca", 1977, nn. 10-12.
31) La lettera di La Pira a Quasimodo in Carteggio cit., pp.
69-76.
32) Il testo e riprodotto in S.Quasimodo - G. La Pira, Carteggio
pp. 27-39. Sul ritrovamento del poemetto V. Le osservazioni
di Alessandro Quasimodo, Introduzione, ivi, pp. 8-9. V. pure
la recente riproduzione fotostatica del quaderno giovanile di
S . Quasimodo, Bacia la soglia d ella tua casa a cura di E .
F. Accrocca, Siracusa 1981.
33) V. la recensione di La Pira ad un altro componimento coevo
di Quasimodo dal titolo Il bimbo povero, ora pubblicata in Carteggio
cit., pp. 40-41.
34) G. Barberi Squarotti, La critica quasimodiana, in AA.W.,
Quasimodo: I'uomo e il poeta, cit., pp. 166-184.
35) Per le valutazioni di S.Solmi, cfr. le sue Introduzioni
alle raccolte Erato e Apollion, Milano, 1936, Ed e' subito sera,
Milano, 1942; C.Bo, Condizione di Quasimodo, in Otto studi,,
Firenze 1939; O.Macri', La poetica della parola (Quasimodo)
in Esemplari del sentimento politico contemporaneo, Firenze,
1941. Piu di recente v. pure le osservazioni di G. Padellaro,
Trittico siciliano. Verga, Pirandello, Quasimodo, Milano, 1960,
p. 106 sgg.: E. Scuderi, Scrittori e critici di Sicilia, Padova,
1970;L. Angioletti, Proposta per una lettura di Salvatore Quasimodo,
in AA.VV., Quasimodo e la critica, a cura di G.Finzi, Milano,
1969.
36) F. Camon, Il mestiere di poeta Autoritratti critici, Milano
,1965, p. 93 sgg.
37) Quasimodo a La Pira, 26 gennaio 1922, in Carteggio, cit.,
pp. 128-129.
38) Quasimodo a La Pira, 19 marzo 1923, ivi p. 133. 39) Le lettere
sono tutte riportate ivi pp. 136-143.
40) La Pira a Quasimodo, 8 dicembre 1927, ivi pp. 79-83.
41) La Pira a Quasimodo, 22 luglio 1928, ivi, pp. 93-100.
42) ivi pp. 101-105.
43) S . Quasimodo, il poeta e il politico e altri saggi, Milano
,1961, p. 51. Per la valutazione critica di F. Mercadante v.
la sua Presentazione, cit., p. 40.
44) Al riguardo cfr. la testimonianza del poeta nella gia' citata
intervista di F. Camon, Il mestiere di poeta, cit., p. 93. Su
di essa e tornata di recente I. Scarannucci, Il carteggio Quasimodo
- La Pira, in AA.W., Quasimodo: I'uomo e il poeta, cit., pp.
108-122.
45) Cfr. al riguardo la penetrante lettura critica di queste
liriche nel saggio di G. Zagarrio, Quasimodo, Firenze, 1969,
pp. 37-47.
46) La Pira a Pugliatti, luglio 1930, in Lettere a Pugliatti,
cit., pp. 106 110.
47) La Pira a Quasimodo (datata <>), in
Carteggio, cit., pp. 123-124.
48) ivi,p.126.
49) Quasimodo a Maria Cumani, 24 marzo 1937, in S.Quasimodo,
Lettere d'amore a Maria Cumani 1936-1959, Milano, 1973, pp.
27. Al riguardo cfr. le considerazioni di R. Grillo, Fermenti
religiosi nella poesia di Salvatore Quasimodo, in AA.VV., Quasimodo:
I'uomo e il poeta, cit., pp. 200-220.
50) G.Zagarrio,op.cit.,pp.48-64.