Sono particolarmente lieto
di venire a parlare di Quasimodo, nella nativa Modica, che e'
stata della mia famiglia e che sento ancora come mia. A parlare
di Quasimodo presso questo Centro Nazionale per cio' che concerne
i rapporti con Montale, mentre proprio adesso sono in grado di
annunciare la costituzione a Genova, per mia iniziativa, di un
Centro Studi di Letteratura Italiana in Liguria dedicato appunto
al nome di Eugenio Montale. Mi piace credere che questo gioco
di corrispondenze sia altrettanto allusivo che propiziatorio.
E tuttavia, tracciata questa inarcatura, temo che non ci si dovra'
aspettare da me un discorso istituzionale, quale la simmetria
e l'ufficialita' dei riconoscimenti acquisiti dai due autori di
cui i Centri sono l'ultima espressione, potrebbe sollecitare.
Sappiamo tutti quante polemiche ha rinnovato la pubblicazione
delle montaliane Lettere a Quasimodo per le cure di Sebastiano
Grasso: lettere che sono di un futuro premio Nobel a un altro
futuro premio Nobel. E non ci vuole molto di meno perche' l'opinione
pubblica si interessi ai casi della poesia.
Ma e' sull'onda di queste nuove e sterili polemiche che mi pare
giusto esordire indicando come il rapporto tra i due Nobel non
va condotto, al di fuori di rivendicazioni di precedenze e di
maggiore o minore dignita'. Nel 1931 una volta Montale scrisse
a Quasimodo, il quale aveva partecipato al premio Fracchia bandito
dall' "Italia letteraria": "Vedo che hai perso il prix. Me ne
compiaccio vivamente con te. E' un ottimo segno" (l) Che
sia, l'aver vinto successivamente il Nobel, un "pessimo segno"
per entrambi? Nel timore di questo rovesciamento, propongo di
prescindere dal segno del Nobel, astrologicamente non decifrabile.
Un altro modo di come il confronto non va istituito ce lo suggerisce
di nuovo Montale ironicamente attribuendolo a Aldo Capasso, in
un saggio di orografia e idrografia poetica capassiana, che adorna
una lettera del 28 gennaio 1931: qui si parte dal basso, da una
presunta palude Saba, anzi da un pozzo nero Ojetti, e si sale
veso l'alta montagna ai 2700 metri del montaliano monte Eusebio,
che soffre il confronto diretto per cerimonioso ritrarsi dell'interessato,
con i 3000 metri del monte Quasimodo, tutti comunque sovrastati
dall'imprendibile cima dei 6000 metri totalizzati da Ungaretti
(2).
Sto prendendo tempo per trovare la strada e impostare, in positivo,
questo rapporto, che rimane il rapporto tra due individualita'
poetiche, quanto mai risentite, quindi squisitamente refrattarie
a operazioni commutative. Vediamo la tabella di marcia dei fatti:
nel '27 Montale lascia Genova per Firenze, dove a partire dal
'29 dirige il gabinetto Vieusseux. Nel '29 a Firenze, giunge anche
Quasimodo, introdotto negli ambienti intellettuali fiorentini
dal cognato Vittorini, il quale a dispetto dei suoi acerbi ventun
anni gode gia' di un notevole prestigio. Qui scocca la scintilla
di un'amicizia che diventa subito fervida tra Montale e Quasimodo,
auspice Vittorini, il quale arriva a vagheggiare convivenze triangolari,
come in questa lettera al cognato: "Bisogna lavorare in ogni modo
perche' domani si stia insieme, nella stessa citta' e nella stessa
casa. Oppure mi viene la voglia di rubare Eusebio nottetempo e
costringerlo ad abitare in casa mia, nella chambre 'rouge et noir'
". La fantasia del ratto di persona denota la possessivita' esclusiva.
Infatti poco prima non mancava la manifestazione gelosa: "Insomma
io vi amo, te ed Eusebio e non ammetto soluzioni di continuita'
pugliattesche" (3).Evidentemente, questi tre giovani e
giovanissimi non avevano bisogno dell'Accademia delle Scienze
di Stoccolma per sentire vicendevolmente, ancora nella fase generosa
dell'apertura, il fascino di eccezionali personalita' artistiche.
Se le chiacchiere e i pettegolezzi degli anni onusti di gloria
rientrano nell'ordinaria amministrazione, il costituirsi tempestivo
di cosi' bel sodalizio desta invidia e ci fa esclamare, col saggio
e ironico Ariosto: "Oh gran bonta' de' cavallieri antiqui!" Dopo
l'incontro con i Solariani e la pubblicazione di Acque e terre,
nel 1930, Montale si schiera decisamente a favore dell'amico siciliano:
recensisce il suo libro d'esordio, da suggerimenti, organizza
la claque, gli apre il territorio delle sue conoscenze liguri:
e per sua mediazione che Quasimodo pubblica primamente due liriche,
Cieli cavi e Vita nascosta sulla genovese rivista "Circoli" diretta
da Grande. Ed e' per le edizioni di Circoli che nel 1932 esce
la seconda raccolta quasimodiana Oboe sommerso. E allorche' Quasimodo
lavora alla Direzione del Genio Civile di Imperia, e' Montale
a presentarlo allo stesso Grande, a Angelo Barile, a Camillo Sbarbaro,
a Angiolo Silvio Novaro accademico d'Italia la cui raccomandazione
procurera' il trasferimento al Genio Civile di Milano. Significativo
e' cio' che succede al premio dell'Antico Fattore. Pervengono
in finale tre liriche: La casa dei doganieri di Montale, Alla
sera di Grande, Vento a Tindari di Quasimodo. Prevale Montale,
che e' tra i fondatori del premio e che ha sostenuto sino in fondo
Quasimodo e all'ultimo momento ha accettato di candidarsi per
ostacolare un'eventuale vittoria di Cardarelli e per compiacere
il gruppo di pittori e scultori che anima il premio.
Qualche giomo dopo l'assegnazione, Vittorini, che ha scritto la
cronaca per l' "Italia letteraria", cosi' consola Quasimodo in
una lettera: "Lui [Montale] e' stato premiato per forza. Ha dovuto
soccombere, dico per dire, alla vanita' del gruppo che voleva
fregiarsi del suo nome. Cosi' il premio ha acquistato importanza;
una importanza di cui naturalmente si avvantaggeranno i concorrenti
dell'anno prossimo. E tu devi esser tra quelli; perche' avrai
il premio ad occhi chiusi; e avere un premio che per la prima
volta e stato conferito a Montale, per quanto minimo di consistenza,
significa essere il secondo poeta d'Italia!" E altrove: "Col premio
dell'Antico Fattore a Montale hai perduto mille lire ma hai guadagnato
la stima di tutti e, perche' no?, anche la gloria fiorentina.
Fra trecento persone la tua poesia e' stata letta ad alta e commossa
voce insieme alla Casa dei doganieri. E in un orecchio ti diro'
che e' stata trovata piu bella di quella del nostro carissimo
e comune amico Eusebius" (4). E' una lettera che dice molto,
persino troppo. Comunque sia, l'edizione del premio dell'anno
successivo e' vinta puntualmente da Quasimodo, con Odore di eucalyptus.
E i giudici si attengono alla programmazione biennale di Montale
e in un certo senso, per riprendere l'espressione di Vittorini,
davvero non hanno quasi bisogno di "aprire gli occhi": perche'
in finale a contendere il premio a Quasimodo si trovano Glauco
Natoli con Villa Giulia e Raffaele Gadotti con Visione.
Nel frattempo, Quasimodo ha pubblicato altre liriche su "Circoli",
tra cui Curva minore con dedica a Montale (che successivamente
sara' soppressa). Come si vede, Montale gia' prestigioso ha dato
una mano, e forse due, al compagno di cordata: e lo ha fatto con
slancio, a sua volta ripagato se nelle lettere puo rivolgersi
a lui chiamandolo "uomo unico" (5) e riconoscendo: "Ti
ricordo sempre come una di quelle tre o quattro persone che mi
e stato provvidenziale incontrare" (6). E nella recensione
ad Acque e terre, pubblicata su "Pegaso" nel 1931, che ha voluto
ristampata nel volume Sulla poesia del 1976, senza tacere di cautele
e di riserve ha pur scritto con oggettiva lucidita' per quegli
anni: "Tali (ispirati a un "sentimento ancora disarticolato, diffuso"
e "indicibile") alcuni momenti di questa poesia, quand'essa non
preferisce l'audacia delle analogie, il giuoco dei ponti gettati
fra significati lontani e discordanti di parole e in genere le
molteplici risorse acquisite al sentimento poetico contemporaneo.
Ed e', nelle parti piu notevoli, una poesia che tende ad alzarsi
con la leggerezza del respiro e a ritrovare attraverso semplici
inflessioni di voce e impreviste, ma accettate, fortuna d'architettura
e di stile quella pàtina di distacco, quel sereno acume dell'intelligenza
che furono vanto della poesia dei classici" (7).
Mi rendo conto che questa cronaca e alquanto fastidiosa, come
un antefatto non richiesto. E tuttavia, non sara' inessenziale
ove vi si attribuisca il corretto significato, che vale la pena
di ribadire: all'origine, tra questi due autori cosi' diversi,
per radici temperamento e cultura, si e' instaurata una corrente
d'attrazione, un mutuo riconoscimento nel nome della poesia, che
mi pare piu importante di tutti gli equivoci e i dissapori intervenuti
successivamente. E a quelle origini bisogna risalire, a quel tempo
di vocazioni intrecciate e di passioni ancora montanti, al di
qua delle consacrazioni ufficiali, procedendo controccorrente
sino a stadi per cosi' dire pre-filologici, se si vuole entrare
nel segreto di uno degli snodi decisivi della poesia italiana
di questo secolo.
Se questo e' vero, allora il discorso sui due poeti nasce in qualche
modo antecedente e sopraelevato rispetto a quello di una coiscrizione
alla scuola o casta ermetica. L'ermetismo saluta in Montale e
in Quasimodo due garanti, ma i maestri, pur nel gioco delle influenze
esercitate e subite, fuoriescono dai limiti della scuola, anche
laddove fanno il massimo di concessione, come Montale nelle fiorentine
Occasioni e Quasimodo in Oboe sommerso e in Erato e Apòllion.
Per cio' essi, dopo questo "attraversamento", si troveranno fuori
e indenni.
S'intende che c'e' una prospettiva storica, e che il parallelismo
di posizioni tra i due cultori delle Muse e' un falso parallelismo.
Montale fa aggio sui cinque anni di cui e' piu vecchio, per godere
di una battuta di anticipo che rimane irrecuperabile. Nel '30
quando esordisce Quasimodo, e gia' uno dei miti della nuova generazione,
insieme a Ungaretti. Salvatore Pugliatti, nel primo intervento
di rilievo che annoveri la critica quasimodiana, pubblicato su
"La Gazzetta di Messina" del 22 giugno 1930, cosi' comincia: "Chiuso
il primo periodo di questo inizio di secolo colla guerra, si attendeva
da tempo la voce nuova, dopo Ungaretti e Montale. Salvatore Quasimodo
e' poeta originale e moderno: la voce nuova" (8).
La "novita'" di Quasimodo e' gia' preannunciata, ma il collegamento
non va inteso solo per quarti di nobilta'. C'e' chi invece si
attarda a compilare il catalogo delle dipendenze. De Robertis,
recensendo Oboe sommerso sulla rivista "Pegaso" dove l'anno prima
Montale aveva recensito Acque e terre, compila un puntiglioso
elenco osservando severo: "Passino le imitazioni da Pascoli e
dai futuristi e da Gozzano, giovanili tanto e tanto poco impegnative,
un puro esercizio; ma il contatto con la poesia di Ungaretti e
di Montale tradisce in pieno lo sdoppiamento tra una sofferenza
sia pure d'epidermide e una letteraria compiacenza e lentezza"
(9). De Robertis insiste nel riferimento montaliano, parla
di "piacere esterno del ricalco" e conclude cosi': "Se dunque
la sua poesia s ' ha da accostarla a quella degli Ossi di seppia,
bisogna saperla avvertire in uno smorzamento di quel tono perentorio,
in un dissanguamento, direi, di quel male" (10).
Gargiulo a sua volta in una drastica
lettura, conferma il rinvio, sia pure rovesciando il senso della
variazione quasimodiana: "Importa solo - e questo e' certo -
che la tristezza, o meglio la 'negazione ', che in realta' ci
viene offerta, sia artisticamente insincera. La si direbbe addirittura
ricavata (ne mancano i segni) da un arbitrario inasprimento
della 'negazione' del Montale" (1l). La precisione di
De Robertis, che lo chiama in causa, imbarazza Montale, il quale
quasi si scusa con Quasimodo: "Caro Quasimodo, ho visto la recens
[ione] di De Rob [ertis] e mi duole ch'essa non sia quale io
te e Elio ci attendevamo. Piu mi duole che vi si faccia il mio
nome.
Avendo il D [e] R [obertis] scelto spontaneamente il libro,
nulla di cio' poteva essere previsto da noi; del resto il tema
non l'avevamo sfiorato mai nei nostri discorsi" (12).
D'altronde e' proprio il finissimo Solmi, amico da sempre di
Montale e firmatario della prefazione famosa a Erato e Apollion
poi ripresa come prefazione a Ed e' subito sera del 1942, che
sanziona il quadro delle influenze: "Nel suo primo libro Acque
e terre, egli dimostrava una innegabile facilita' ad assorbire
e a piegare ad esigenze del resto gia' personali gli echi che
erano nell'aria: D'Annunzio, Pascoli, Papini di Opera prima;
e Montale e Ungaretti" (13).
Senonche' e' necessario ricordare
che l'edizione di Acque e terre che questi primi lettori avevano
sotto gli occhi e assai diversa da quella definitiva che leggiamo
oggi, sfrondata di ben ventidue composizioni e variamente rielaborata
nelle composizioni rimaste. Ora, e' importante notare che in
questa edizione definitiva non e' rimasta traccia, o quasi,
di Pascoli, d'Annunzio e Papini; mentre la chirurgia degli interventi
nulla ha potuto sulle influenze montaliane e ungarettiane, e
nulla ha potuto perche' queste influenze erano troppo "interne"e
si mescolavano con il destino poetico quasimodiano, come le
acque di affluenti col corso principale. Tra le liriche eliminate
un'eco montaliana si puo cogliere forse solo nell'incipit di
Convegno: "Scendiamo negli orti: l'eliotropia estatica / con
le mille pupille d'odalisca..." (14) Ma si tratta di
un Montale ibridato da D'Annunzio, per una lirica che ha i difetti
combinati dell'autobiografismo e della letterarieta'. Le innervature
montaliane si trovano invece proprio nelle composizioni confermate.
Sicche' a distanza di tempo mostrava di aver avuto ragione Vittorini
nella sua recensione a Acque e terre uscita sul "Leonardo":
"Dinanzi a questo giovane poeta che in novanta pagine di versi
pur ci da' otto o sette anni di lavoro sorge subito il ricordo
di Eugenio Montale" (15). E dopo aver suggerito energicamente
di amputare testi come Mercati, Tormento, Veglia a Nassaboth,
infatti tutte destinate a cadere, Vittorini osservava ancora:
"Ma la tara di pesantezza che resta cosi sui margini del libro
e soltanto la controprova della qualita' di questa poesia perche'
denuncia la materia allo stato grezzo, non ancora cioe' sottilizzata
fino alle sue fibre liriche. Percio'dove il verso e' messo a
nudo, nella sua essenza, le parole suonano scarne e metalliche
che fanno sorgere, come ho detto, il ricordo di Eugenio Montale,
il primo appunto dei nostri poeti che abbia osato spaccare le
pietre senza riguardi ai sedimenti secolari: dell'accademia
e del petrarchismo. Quasimodo, che nulla ha imparato, o pochissimo,
da Ungaretti (tranne forse il modo di esordire per certe poesie:
Notte, serene ombre) e da Saba, ritrova nell'esperienza montalesca,
conseguita ad occhi bene aperti, la fermezza tecnica di sceverare
il nodo lirico dalla poesia apparente dei motivi, dei colori
e delle cosidette 'aure' (16) .
Nel suo esclusivismo geloso, Vittorini, come non gradiva l'inframettenza
di Pugliatti, cosi' cerca di tener fuori anche Ungaretti, con
un'esagerazione che gli consente di ricollegare piu' fortemente
l'uno all'altro i prediletti Montale e Quasimodo.
Altri, piu bravi e pazienti di me, compileranno il regesto
completo del dare e avere. Sara' comunque bene che lo facciano
con prudenza, consapevoli del fatto che singoli frammenti o
parole sono suppellettili inutilizzabili, estratte dal contesto
perdono la loro vitalita' e convincono sovente a fittizie parentele;
e che a volte quelle che appaiono imitazioni perche' estrapolate,
non sono tali se considerate all' interno dell'atmosfera nel
vivo e nel concreto della situazione artisticamente espressa.
Per esempio: nei versi di Spazio:
"Mi rompe. Ed e' amore alla terra
ch'e' buona se pure vi rombano abissi
di acque, di stelle, di luce..."
e' possibile avvertire echi da liriche della sezione Mediterraneo,
da Antico, sono ubriacato dalla voce e da Avrei voluto sentirmi
scabro ed essenziale. Oppure in questi versi di S'udivano stagioni
aeree passare:
"S'udivano stagioni aeree passare,
nudita' di mattini,
labili raggi urtarsi"
non e' difficile riconoscere la reminiscenza di ritmi e motivi
montaliani, in particolare da Fine dell'infanzia.
Si potrebbero spigolare esempi molteplici. Ma mi limito a farne
alcuni che mi sembrano meno effimeri. Si rilegga Acquamorta,
che Michele Tondo ha ritenuto di "chiara derivazione montaliana,
specie nella seconda strofa" (17). E rileggiamo insieme
la terza strofa, che e' quella invece che mi pare suoni piu'
montaliana:
"Cosi, come su acqua allarga
il ricordo i suoi anelli, mio cuore;
si muove da un punto e poi muore;
cosi' t'e' sorella acquamorta".
Citerei a riscontro due testi montaliani. Il primo:
"Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio..."
Il secondo, in direzione assai diversa: la rima cuore-muore
si trova infatti in Corno inglese. Ricordiamo la chiusa:
"il vento che nasce e muore
nell'ora che lenta s'annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore".
Qualcuno potra' dire che la rima cuore-muore e tutt'altro che
peregrina, e che possiamo ritrovarla in tanti altri poeti; e
avra' ragione. E potra' soprattutto obiettare che le due parole
tematiche, riunite insieme dal richiamo della rima, creano una
situazione che e' centrale per tutto Quasimodo. Nell'emblematico
Ed e' subito sera si canta di questo: di un cuore, di un cuore
della terra, e di una sera, che e' morte precoce. E chi obiettera'
cio' avra' di nuovo ragione. Ma proprio qui e il nodo della
questione: l'imitazione non e' piu' imitazione, e si trasvaluta
in qualcosa di qualitativamente diverso, di originale. Il poeta
se ne serve non come di materiale alieno, ma lo foggia per farlo
diventare cosa sua. Nell'intera produzione di Quasimodo le due
metafore e stilemi piu' ritornanti sono quelle che riportano
al cuore e al vento, entrambe inaugurate e artisticamente suffragate
in Vento a Tindari, dalla prima strofa (il cuore) all'ultima
(il vento). Ma messe le mani avanti su questo punto, non e'
meno vera e incidente la suggestione che Quasimodo ha ricavato
dal citato Corno inglese e anzi dalla serie completa, poi rifiutata
da Montale, degli Accordi.
Gia' agli Accordi montaliani rinvia l'utilizzazione del repertorio
musicale e specificamente strumentale fatta da Quasimodo: Oboe
sommerso, che da' il titolo alla raccolta, rimanda da una parte
al Porto Sepolto di Ungaretti, dall'altra al quinto degli Accordi,
che e' Oboe (18). E sempre in Oboe sommerso, l'inizio
"Un vento grave d'ottoni" di Foce del fiume Roia rimanda al
settimo accordo, Ottoni: ne' si dovra' trascurare il ritorno
congiunto del vento con lo strumento. Si riviene cosi' a Corno
inglese, da cui avevo preso le mosse in riferimento a Acquamorta.
L'eco di questa lirica si propaga a lungo nella scrittura lirica
di Quasimodo. Sempre in Acque e terre, e precisamente in Specchio
i versi conclusivi: "quel verde che spacca la scorza / che pure
stanotte non c'era", versi che a Salvatore Pugliatti richiamavano
i ritmi melodici pascoliani, di Myricae e dei Canti di Castelvecchio
(19) a me richiamano piuttosto i versi montaliani gia'
citati di Corno inglese: "nell'ora che lenta s'annera / suonasse
te pure stasera". Ne' saprei indulgere, per questo caso, alle
tesi di un pascolismo comune, anche se la ripresa quasimodiana
risulta meno franta, piu' leggera, piu' - se si vuole - pascoliana.
Ma vediamo ancora la seconda strofa di Anche mi fugge la mia
compagnia:
"Forse e' mutata pure la mia tristezza,
come fossi non mio,
da me stesso scordato".
Dove quello "scordato" immediatamente risveglia il ricordo
dello "scordato strumento" di Montale, il cuore. Ma l'eco profonda
di Corno inglese perdura e si protrae addirittura sino alla
raccolta Giorno dopo giorno, che e la prima raccolta di un Quasimodo
sicuramente postermetico. Rileggiamo 19 gennaio 1944:
"Ti leggo dolci versi d'un antico
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell'est, come ora ricadono lugubri
e desolate in questa profondissima
notte di guerra in cui nessuno corre
il cielo degli angeli di morte,
e s'ode il vento con rombo di crollo
se scuote le lamiere.."
- In attitudine di leggere i versi dell'antico e' Quasimodo
che da poco ha dato alle stampe una straordinaria reinterpretazione
di Lirici greci; ma il vento che con rombo scuote le lamiere,
risveglia antichi rumori, riporta alla memoria quel secondo
verso indimenticabile che in Corno inglese e' un falso inciso:
"Il vento che stasera suona attento
- ricorda un forte scotere di lame -
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l'orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba..."
dove ritroviamo il "rimbombare" invece del "rombo", con una
variazione a conferma.
Un motivo dunque, un tema e un esito musicale fusi insieme,
che corre trasversale, "attraversa" l'opera di Quasimodo, a
partire dalla prima raccolta sino a Giorno dopo giorno, a dimostrazione
della sua necessita', di uno sforzo e di un fine di riappropriazione.
Porto un altro esempio, che avvalora questa indicazione di fondo.
Nelle Nuove Poesie, datate 1936-1942, e raccolte in Ed e' subito
sera del 1942 i primi tre testi (Ride la gazza, nera sugli aranci;
Strada di Agrigentum; La dolce collina), che segnano alcuni
tra i vertici dell'arte quasimodiana, non a caso frequentemente
antologizzati, si raccordano tra loro per una componente montaliana,
alla stregua di quella procedura sopra illustrata, che li "taglia"
trasversalmente. La fonte zampillante questa volta e Notizie
dall'Amiata, tripartita, composta nel '38 e pubblicata tra le
Occasioni nel '39 (20). In Ride la gazza, nera sugli
aranci canta Quasimodo, a partire dal v. 12:
"E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d'orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi...."
Ecco di nuovo il vento, il vento quasimodiano, il "vento profondo"
che "ha cercato" il poeta siciliano gia' sull'altura sacra di
Tindari. Ed infatti e' un vento del sud, sicilianizzato dal
profumo intenso della zagara. Ma impossibile e' non sentire
la reminiscenza da un altro vento, questa volta nordico:
"Ritorna domani piu' freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell'arenaria,
sconvolgi i libri d'ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna piu' forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!"
Qui proprio il movimento e' lo stesso, con l'invocazione al
vento e l'iterazione quadruplice degli imperativi: in Montale
"ritorna", "spezza", "sconvolgi" "ritorna" in Quasimodo "spingi",
"forza", "apri" "alza". E d'altra parte il critico delle fonti
non dovra' sentirsi autorizzato, dalla certezza dell'identificazione,
a deduzioni affrettate: perche' lo stesso splendido fascio di
versi montaliani, di cui nessuno vorra' contestare l'autonomia
dell'altissimo risultato conseguito, risente probabilmente a
sua volta il fascino della grande Ode to the West Wind di Shelley.
Dopo Ride la gazza, nera sugli aranci si legge Strada di Agrigentum,
dove all'inizio e' ripreso il motivo del vento:
"La' dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l'arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri..."
Il ricordo delle Notizie dall'Amiata, con l'invocazione al
vento perche' spezzi le antiche mani dell'arenaria, e' troppo
fresco perche' vi si debba insistere. Se mai, non bisogna perdere
la nuova connotazione quasimodiana: questo vento, che - abbiamo
appena visto - e' vento del sud forte di zagare, "rode l'arenaria
e il cuore / dei telamoni lugubri . . . " . Il cuore: parola
magica in Quasimodo, questa volta riferita ai siculo-greci telamoni
del tempio di Zeus Olimpio, dunque in un'area in cui storia
personale e mito si confondono. E ancora, si potra' notare come
il vocativo che immediatamente segue, "anima antica" (v.6),
l'anima che si ritempera al soffio di quel vento, riecheggia
forse il Montale di Riviere, laddove si illude di poter "cangiare
in inno l'elegia":
"Triste anima passata
e tu volonta' nuova che mi chiami,
tempo e' forse d'unirvi
in un porto sereno di saggezza.
Ed un giorno sara' ancora l'invito
di voci d'oro, di lusinghe audaci,
anima mia non piu' divisa".
Ed e' inutile rilevare come le due invocazioni abbiano un
timbro e un esito diversi. Dopo Strada di Agrigentum ecco La
dolce collina, che presenta un paesaggio con pioggia e vento,
simile a quello delle Notizie dall'Amiata:
"... E la pioggia insiste
e il sibilo dei pioppi illuminati
dal vento
... Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l'Adda e la pioggia...."
Ma leggiamo soprattutto l'inizio della seconda strofa:
"Forse in quel volo a spirali serrate
s'affidava il mio deluso ritorno,
l'asprezza, la vinta pieta' cristiana..."
Se non m'inganno, questo tema della "pieta' cristiana" riporta
ancora alle Notizie, e precisamente alla terza composizione,
nel movimento grandioso d'inizio e in quello, oscuro e fantastico,
della chiusa:
"Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d'ombra e di lamento...
... e tardi usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s'abbeverano a un filo di pieta'".
Ma anche il motivo della pieta', come quello del cuore - bisogna
poi affrettarsi ad aggiungere - e' centrale nel poeta siciliano,
ed anzi e' un Leitmotiv.
Rimane comunque accertato il fascino che le Notizie dall'Amiata
esercitarono su Quasimodo. Cerchiamo di seguire il movimento
che apre la seconda composizione delle Notizie:
"E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni . . . "
E nella raccolta Giorno dopo
giorno saremo tentati di isolare da Forse il cuore due versi:
"ma come d'un volo lento d' uccelli / fra vapori di nebbia...."
E da Milano, agosto 1943: "Non scavate pozzi nei cortili", per
un'immagine che pero' e' sviluppata concettualmente in altra
direzione.
Dunque, le suggestioni dalle liriche Corno inglese e da Notizie
dall'Amiata, la prima appartenente al recinto degli Ossi, la
seconda alla fenomenologia delle Occasioni, si diffondono con
la luce a bagliori di un bengala lungo il vario percorso della
lirica quasimodiana. L'incontro giovanile con Montale fu evidentemente
un'esperienza di rivelazione. E gli effetti erano cosi' profondi
che perdurarono anche egli anni piu tardi, quando ormai ombre
e incomprensioni erano intervenute a guastare quel rapporto.
Nella raccolta Dalla Sicilia troviamo per esempio questi versi
del Tempio di Zeus ad Agrigento:
"... Che futuro
ci puo' leggere il pozzo
dorico, che memoria? Il secchio lento
risale dal fondo e porta erbe e volti
appena conosciuti"
i quali richiamarono facilmente
alla memoria quelli montaliani, gia' citati, di Cigola la carrucola
del pozzo.
Mentre nella silloge La terra impareggiabile, quindi ancora
in area di spiccata sicilianita', abbiamo la sorpresa di leggere
in Un'anfora di rame:
"Che cosa racconta
la terra, il fischio dei merli
nascosti nel meriggio affamato..."
Qui veramente si entra nell'orto
montaliano, nel suo tempo fisico e metafisico, con il meriggio,
con gli "schiocchi" dei merli, che nel linguaggio di Quasimodo
invece "fischiano".
Mi fermo a questo punto, stanco di raspare nel terreno di queste
poesie come un cane da tartufi. Vittorio Sereni, in un articolo
per la morte di Montale, ha lasciato una testimonianza, su cui
occorre riflettere, perche' ha un carattere e una verita' che
non sono soltanto individuali: "Fin dentro gli anni di guerra
ci aveva offerto la chiave piu' naturale per noi, non diro'
per leggere nell'universo, ma per affacciarci sull'esistenza
che era nostra e viverla: in certi casi, inventarla. Era come
se Montale ci avesse tolto la parola di bocca ogni volta che
stavamo per pronunciarla" (21). In queste pagine piu'
di una volta mi e' capitato di parlare di "attraversamenti",
di suggestioni che corrono lungo le successive stagioni dell'esperienza
lirica di Quasimodo. Orbene, ha scritto una volta Montale a
proposito di Gozzano: "Egli fu il primo dei poeti del Novecento
che riuscisse (com'era necessario e come probabilmente lo fu
anche dopo di lui) ad attraversare D'Annunzio per approdare
a un territorio suo, cosi' come, su scala maggiore, Baudelaire
aveva attraversato Hugo per gettare le basi di una nuova poesia"
(22).
Ecco, era necessario nel primo decennio
del secolo attraversare D'Annunzio, cosi' come negli anni Trenta
sara' necessario attraversare Montale. Cio' in vista proprio dell'unico
obiettivo, di "approdare a un territorio suo": il che indubbiamente
avvenne, per Quasimodo, come gia' per Gozzano, anche se in questo
saggio, per forza di cose, risulta evidenziato, piu il margine
di imitazione, nella prospettiva settoriale del rapporto storico,
che il margine di ori- ginalita' il quale al di fuori di quel
rapporto, avrebbe ben altro diritto a prendere campo. L'originalita'
di una vocazione che doveva esprimersi come la voce lirica di
una cultura, nella quale finivano per riconoscersi piu generazioni
di una terra, sommersa come l'oboe che la cantava. Quel vento
del sud dell'invocazione quasimodiana, che prima ho definito sicilianizzato
dal profumo della zagara, mobilitava in realta' antiche energie
e deluse speranze: se e' vero che al suo soffio ha creduto di
rianimarsi anche la bandiera dei separatisti siciliani nel clima
politico determinato dallo sbarco delle truppe alleate .
E non e' un caso che Vento del Sud ha intitolato Antonio Trizzino
un suo lavoro uscito nel 1945, con prefazione nientemeno di Finocchiaro
Aprile (23).
Ma tornando al rapporto con lo scrittore ligure, si capisce che
la necessita' storica di questo "attraversamento" e', al limite,
altra cosa rispetto alla congenialita'; cosi' come il fitto tessuto
delle reminiscenze non autorizza a parlare di un discepolato,
puro e semplice. Se mai, bisogna dire che la forza di Montale
sta proprio in questo "catturare" o almeno influenzare anche chi
era oggettivamente assai lontano dalui. Per cui lo stesso Vittorini,
il quale era sollecitato a stringere i rapporti, nel saggio Arsenio
pubblicato su "Circoli" nel 1931 non si nascondeva tuttavia che
c'era una linea Ungaretti e Valéry e Mallarme' e Quasimodo; mentre
Montale riportava piuttosto alla razza di un Leopardi o di un
Badelaire (24). Discutere di razze, e di razze poetiche,
e' imbarazzante e generico. Ma certo tutti sentiamo che, nonostante
le cospicue intermittenze, Montale e Quasimodo appartengono a
due razze diverse.
Se vogliamo sapere come Montale "vedesse" Quasimodo possiamo ricorrere
a un documento curioso: una caricatura del 1939 (25), quando
cioe' la relazione si era allentata (l'ultima lettera e' dell'agosto
1938), ma forse non ancora deteriorata: e' una caricatura di Quasimodo,
esplicitamente identificato col cognome in un alfabeto che pretende
di essere greco. Lo scrittore siciliano vi compare con una testa
vagamente da capo tribu' indiano, gia' afflitto da calvizie, con
i pochi capelli elettrizzati, un naso a becco d'aquila paonazzo,
sopra il fornello di una pipa da cui esalano volute di fumo, le
quali in cima formano il cognome Montale. In tale eccentrica maniera
l'autore degli Ossi firma la caricatura. E vi si potra' annettere
un altro significato, forse inconsapevole e certo indimostrabile:
maliziosamente, il fumo prodotto da Quasimodo e' di marca montaliana.
Devo chiudere e, irresistibilmente, mi viene in mente un ricordo
di lettura, che mi affascina e che non voglio tacere. Penso alla
novella di Turgenev dalle Memorie di un cacciatore che si intitola
I cantori. In una bettola del villaggio di Kolotòvka, dove per
caso arriva il cacciatore - narratore, si organizza una gara di
canto: a confronto si cimentano un appaltatore di Zizdra e il
poco piu che ventenne, appassionato Jaska Tùrok. Si esibisce prima
l'appaltatore, con energia e abilita' cosi' da conquistare l'uditorio,
ipotecando la vittoria.
Segue quindi Jaska, timido, con voce melodiosa, e poi sempre
piu' effuso e dimentico, tanto che chi ascolta e' penetrato
dalla magia di quei suoni, e' preda di una struggente commozione,
che lascia fragili nell'attesa. Alla fine, e' lo stesso rivale,
travolto da quella dolcezza, a decretare la vittoria dell'altro
e la propria sconfitta, e a fuggire via. Quasimodo, traduttore
del suo Virgilio e delle Georgiche, probabilmente avrebbe preferito
il richiamo delle tenzoni agresti tra Coridone e Tirsi, tra
Menalca e Dameta; o tra i pastori del siracusano Teocrito. E
ciascuno, a seconda dei gusti personali, del proprio condizionamento
culturale e geografico, potra' scegliere, e dire chi sia tra
i due il prestanome Jaska e chi invece l'appaltatore. Ma il
modello dei due personaggi di Turgenev potra' essere di incoraggiamento
e di conforto a sopire e a superare vane controversie. E' il
perdente stesso a impalmare, per primo, il vincitore: e l'oggetto
della competizione non e un premio Nobel, ne' l'alloro poetico,
che veramente oggi vale per l'arrosto, ma un umile ottavo di
birra. A conclusione della giornata per i festeggiamenti, tra
birra e vodka, saranno tutti ubriachi: ma si sa che, come birra
e vodka in quella isba sperduta nella steppa russa, il vino
presso noi mediterranei e' poesia.
1) F.MONTALE, Lettere e Quasimodo, a cura di S.Grasso, premessa
di M.Corti, Milano, Bompiani, 1981, p.13.
2) Ivi, p. 18. Su questo gusto "altimetrico" applicato ai valori
della poesia esiste il riscontro di un singolare documento,
segnalatomi dall'amico Gianvito Resta, firmato questa volta
da Quasimodo addirittura nel 1966, e sprovvisto - ahime' - dell'ironia
montaliana. Un giornalista sulla rivista fiorentina "Totalita'"
aveva in quell'anno stilato una classifica tra grandi uomini
paragonati alla alte cime in stile da record sportivo. Quasimodo
non seppe trattenersi dal replicare con una rabbiosa lettera
in cui rifaceva la graduatoria a suo vantaggio. Il documento
e' imbarazzante ma significativo per il clima di avvelenate
polemiche che consegui' al conferimento del Nobel e per l'esasperazione
con cui Quasimodo talora lo visse. Lo si puo' leggere nell'articolo
di L.ZINNA, Le colpe involontarie di Quasimodo, in Dialogo tra
sud e nord. Quasimodo oggi, Palermo, 1979, pp. 76-77.
3) Lettere a Quasimodo, cit., p. 65.
4) Ivi, pp 46-47.
5) Ivi, p. 39.
6) Ivi, p. 42.br> 7) Ivi, p. 112. L'articolo e' stato pubblicato
nel vol. Sulla poesia, a cura di G.Zampa, Milano, Mondadori,
1976, pp. 228-230.
8) Lettere a Quasimodo, p. 114.
9) Ivi,p.183.
10) 1vi,p.184.
11) A.GARGIULO, Grande e Quasimodo, in "L'ltalia letteraria",
4 dicembre 1932; ristampato nel vol. Letteratura italiana del
Novecento, Firenze, Le Monnier, 1958, alle pp. 350-356. La citazione
si legge a p. 355.
12) Lettere a Quasimodo, p. 79.
13) S.SOLMI, Quasimodo e la lirica moderna, Milano, Il Saggiatore,
1963, p. 166.
14) Le poesie di Acque e terre non ripubblicate dall'autore
sono raccolte nel vol. Poesie e Discorsi sulla poesia, a cura
e con introduzione di G. Finzi, prefazione di C.Bo, Milano,
Mondadori, 1983, pp. 815-844. A questa edizione si intende il
riferimento per le citazioni da Quasimodo.
15) Lettere a Quasimodo, p. 124.
16) Ivi, p. 125.
17) M.TONDO, Salvatore Quasimodo, Milano, Mursia, 1970, p. 21.
18) E. MONTALE, L'opera in versi, edizione critica a cura di
R.Bettarini e G. Contini, Torino, Einaudi 1980, p. 770. A questa
edizione si rinvia sempre per il testo dei versi montaliani.
19) Lettere a Quasimodo, p. 118.
20) Non ci sono dubbi sull'antecendenza delle Notizie dall'Amiata.
Nelle Note ai testi apposte da G. Finzi all'edizione Poesie
e Discorsi sulla poesia il manoscritto di Strada di Agrigentum
risulta datato 1942, quello di La dolce collina 1941, mentre
per Ride la gazza mancano indicazioni (Cfr. Note ai testi, pp.
871-872). Si osservi peraltro che una sezione Nuove Poesie,
prima che nell'edizione Ed e subito sera del 1942, compariva
gia' nelle Poesie del 1938 (Milano, Edizioni Primi Piani, con
saggio di O.Macrì e bibliografia a cura di G. Vigorelli), senza
pero' comprendere nessuno dei tre testi in questione.
21) V.SERENI, In via Bigli arrivava soltanto un'eco in " Corriere
della Sera", 15 settembre 1981.
22) E. MONTALE, Gozzano, dopo trent'anni, in "Lo Smeraldo",
n. 5, 30 settembre 1951, ora nel vol. Sulla poesia cit., p.
62.
23) A. TRIZZINO, Vento del Sud, con introduzione di A.Finocchiaro
Aprile, Roma, Faro, 1945.
24) Lettere a Quasimodo, p. 145 e p. 150.
25) E' un disegno a matita, appartenente alla collezione Alessandro
Quasimodo. E' stato pubblicato nel catalogo Quasimodo a Milano,
a cura dell'Ufficio Stampa del Comune di Milano, 1698, p.43;
quindi nel vol. di Lettere a Quasimodo, p.61; infine nel catalogo
Mantova per Montale. Immagini e documenti, a cura di V. Scheiwiller,
Milano, Scheiwiller, 1983, n. 186.