Rispetto all'amico Mazzamuto
sono largamente svantaggiato in quanto non posso leggere cio'
che non ho scritto a casa. Sono venuto a Modica perche' conservo
uno splendido ricordo del primo convegno (1984) e perche' i lavori
di questo secondo si annunziavano (come in effetti poi sono stati)
di grande interesse. In questa citta' ci sono delle intelligenze
molto acute, alle quali incombe la responsabilita' di far si che
Quasimodo continui a vivere nella sua Modica. Si legge spesso,
nelle biografie quasimodiane, che Quasimodo non e' nato a Siracusa,
come egli stesso dichiaro piu' volte, ma a Modica. E la cosa e',
ovviamente, talmente vera che non mi pare sia il caso di dedurne
la conclusione che i biografi in genere ne traggono: e cioe' che
Quasimodo mentiva per presentarci la propria vita in una versione
nobile, ideale. In realta', dicendosi siracusano, Quasimodo non
alterava i dati della sua biografia perche', quando egli nacque
(1901), Modica non dipendeva da Ragusa (che divenne provincia
solo nel 1927), bensi' da Siracusa. A buon diritto dunque il "siculo
greco" di Modica poteva presentarsi come siracusano. Ed e' a pieno
titolo che Modica onora il suo poeta.
A parziale giustificazione della mia "impreparazione" odierna,
vi diro' che negli anni che vanno dall'84 all'88 ho lavorato abbastanza
su Quasimodo, sia direttamente che per interposta persona, con
studenti e laureandi. Cosi', ad esempio, ricordo tesi sulla traduzione
del Vangelo secondo Giovanni, sulle versioni da Catullo, da Shakespeare,
dai lirici greci. Voi penserete: ma che c'e' di nuovo da dire
sul tema cosi' abusato dei lirici greci di Quasimodo? Ebbene,
Quasimodo e' un poeta cosi' complesso che c'e' sempre spazio per
nuovi studi, e certamente anche questo convegno e' una riprova
della sua vitalita'. Io penso che nelle prossime edizioni di questo
incontro modicano occorrera' coinvolgere ancora di piu' i giovani.
Nella tesi sui lirici greci che ho appena ricordato, ad esempio,
una mia bravissima allieva ha scoperto delle cose di cui non si
sono accorti i molti studiosi di Quasimodo traduttore, i quali
tendono a ripetere giudizi che altri hanno dato. Sviluppando l'ipotesi
che qui a Modica avevo avanzato per il Catullo quasimodiano, e
cioe' quella della mediazione di traduzioni precedenti, questa
giovane studiosa ha scoperto che Quasimodo traduceva i greci,
rapportandosi ovviamente all'originale, com'era sempre giusto,
ma avendo anche sott'occhio delle traduzioni latine. I piu' anziani
forse ricorderanno che una volta si faceva il salutare esercizio
di tradurre dal greco in latino, e che ci sono delle antologie
della lirica greca con versioni latine. Quasimodo, con un pizzico
giustificabile di astuzia, non cita mai le antologie del Lavagnini,
del Cammelli, del Landi, in cui c'erano delle versioni in latino
dei lirici greci che chiaramente egli teneva presenti per le sue
versioni. E dico questo non per diminuire la grande originalita'
di Quasimodo, ma solo per arricchire il quadro della sua laboriosita',
per entrare un poco nell'officina del poeta e del traduttore.
Di questo convegno non voglio ne' posso fare un bilancio: mi basta
rilevare soltanto l'ampiezza degli interventi, che spaziano tra
l'analisi testuale, l'interpretazione concreta e l'astrazione
filosofica offertaci stasera da Pietro Mazzamuto. Alla fine, un
convegno deve dare, come questo da', un'idea di prospettiva, di
movimento degli studi. E' molto significativo che il convegno
abbia esplorato un ampio spettro di problemi che vanno dalla riflessione
sul dato testuale a quella sul significato culturologico, ideologico
ed esistenziale dell'opera e della poesia di Quasimodo.
Se mi consentite, vorrei fare uno sbilancio, non so se la parola
sia ammessa, e cioe' una sorta di prospettiva, di proiezione di
questi lavori modicani nel futuro. La domanda che ci dobbiamo
porre e' se ha un futuro la poesia e se ha un futuro la poesia
di Quasimodo. Io ritengo che l'una e l'altra ce l'abbiano, e che
questa garanzia di futuro, ci sia data, per quanto riguarda Quasimodo,
da due condizioni: la prima e che egli continuera' ad essere attuale
se di lui si interessano i giovani. Alcuni dei relatori di oggi
sono dei giovani; ma ci sono ancora altri giovani studiosi che
non sono venuti alla ribalta e che bisogna incoraggiare; in questo
senso ritengo che il Centro nazionale di studi su Salvatore Quasimodo
debba e possa fare un'opera di promozione e di incoraggiamento,
magari istituendo biennalmente un premio per una tesi di laurea,
se e' vero che Quasimodo e' un autore abbastanza studiato nelle
universita' italiane. La seconda,
non secondaria, condizione e che a Modica si parli e ci si interessi
di Quasimodo e si continui sulla strada intrapresa. Sia chiaro
che io non voglio fare un discorso razzista a rovescio, ma mi
pare sia il caso di riportare, per certi aspetti, Quasimodo al
sud: "Piu' nessuno mi portera' nel Sud", dice il poeta, ma egli
e' gia' nel sud, parte dal sud e al sud ritorna. E' "il poeta
di Modica": questa definizione l'ho letta nel programma di questo
convegno scritto da Orazio Galfo; ma lo stesso sintagma lessicale
si legge negli studi di uno dei critici avversi alla poesia quasimodiana
qual e' Ramat. La stessa espressione e' pronunziata con intenzioni
distinte e contrastanti: orgoglio e pregiudizio, direi.
E qui credo sia da ricordare Montale, che scriveva: "E' curioso
pensare che ognuno di noi ha un paese come questo, e sia pur diversissimo,
che dovra' restare il suo paesaggio, immutabile; e' curioso che
l'ordine fisico sia cosi' lento a filtrare in noi e poi cosi'
impossibile a scancellarsi". Montale, in altri termini, ci dice
che il paesaggio nel quale nasciamo e viviamo ce lo porteremo
dentro per sempre, e ineliminabile dalla nostra visione del mondo;
possiamo girare il mondo, andare agli antipodi, ma saremo sempre
condizionati da questo centro di attrazione che e' il nostro paesaggio
originario, iscritto quasi a livello del codice genetico. In Quasimodo
tutto questo, cioe' il senso della sua terra, e' fortissimo. E
dico questo perche', se, come ci insegna Tacito, la storia va
fatta "sine ira ac studio", e' ora che si abbandonino insieme
orgoglio e pregiudizi verso "il poeta di Modica", e che ci si
dedichi invece, come questo convegno dimostra, allo studio vero,
e cioe' al lavoro paziente, serio, riposato, che poi magari culminera'
in qualche nuovo convegno. Ma diciamo che fra un convegno e l'altro
ci dovrebbe essere, come in parte c'e', come sarebbe meglio ci
fosse ancora con maggiore continuita', una intensita' sotterranea
di studio che poi consentira' sicuramente un avanzamento delle
conocenze.
Il primo convegno ha riguardato il cosiddetto ermetismo di Quasimodo,
il secondo la sua fase post-ermetica. Per restare nell'aura filosofica
di questa sera, si potrebbe dire che il primo convegno potrebbe
essere visto come la tesi e il secondo come l'antitesi di un discorso.
Ma questa sarebbe una opposizione fittizia; una delle trappole
in cui puo' cadere la critica quasimodiana e' proprio quella della
postulazione di una divaricazione oppositiva tra un Quasimodo
prima maniera e un Quasimodo seconda maniera, che rinnegherebbe
le sue stesse origini. Se questa e' l'opinione anche di autorevoli
quasimodisti, per parte mia ritengo che sia auspicabile un terzo
tempo, un momento di sintesi in cui si restituisca a Quasimodo
la sua piena storicita', e cioe' il senso della sua evoluzione
e della sua complessita'. In questa prospettiva, l'attesa di un
terzo momento di riflessione e' legittima, salvo poi a ricominciare
il ciclo, perche' nella poesia non esiste nessuna interpretazione
definitiva, non ci sono testi che non si possano rileggere, rimettere
in discussione e riconsiderare nel quadro di un'analisi che guardi
da un lato agli aspetti personali, concreti di una singola carriera
poetica, e dall'altro a quello che e' il panorama storico, il
quadro di riferimento letterario e culturale nel quale ogni poeta
si iscrive. E devo dire che questo secondo aspetto, cioe' il rapporto
di Quasimodo con la tradizione e con il proprio tempo, e' quello
meno noto. Qualcuno ha osservato che il secondo Quasimodo e' meno
studiato del primo; e su cio' si puo essere d'accordo. Ma bisogna
convenire che tanto il primo quanto il secondo Quasimodo (ma sarebbe
meglio dire che esiste un solo Quasimodo) sono poco storicizzati.
La mia impressione e' che noi non conosciamo abbastanza quali
siano i rapporti di dare e avere tra Quasimodo e il suo tempo,
e, ad esempio, tra il siciliano e la poesia ermetica fiorentina
(ci sarebbe da vedere se egli non abbia insegnato molto all'ermetismo
fiorentino, anche con quella che e' stata la sua attivita' di
traduttore).
Mi pare resti, tra l'altro, da definire meglio, non soltanto il
contesto nel quale opera Quasimodo, ma anche quale tradizione
culturale egli si costruisca e si ricostruisca anche con le sue
traduzioni. Credo che il tradurre fosse il principale mestiere
di Quasimodo: ma nella sua scelta c'era anche una specie di progetto,
che gli consentiva di disegnarsi una sorta di albero genealogico.
Occorre, a mio modo di vedere, individuare la tradizione che si
e' costruita Quasimodo cercando di vedere unitariamente la sua
opera di poeta e la sua attivita' di traduttore per mettere poi
in rapporto il suo albero genealogico con quello che, per esempio,
si e' costruito Ungaretti. Ci
sono degli autori che sono degli idoli per l'uno e per l'altro:
penso a Petrarca, a Leopardi. Ma ce ne sono altri che l'uno ha,
rispetto all'altro, quasi in esclusiva. Allora c'e' bisogno di
uno sforzo di approfondimento, di studio che ci mostri in che
senso Quasimodo si ritenesse un poeta nuovo. Qui e' il punto:
se noi andiamo a studiare Quasimodo nella sua poetica e nei suoi
interventi di tipo teorico e polemico, ci accorgiamo che la categoria
che egli rivendica costantemente a se stesso e' quella della novita'.
Per molti della generazione tra gli anni trenta e quaranta il
poeta nuovo per eccellenza e' proprio Quasimodo. E forte di questa
auto ed eterodefinizione, Quasimodo se la prendeva con gli altri
poeti e traduttori, diventando polemico. Non e' senza significato
che uno dei poeti a cui egli si richiamava fosse proprio Catullo,
poeta e traduttore, e poeta novus come il siculo greco di Modica.
In questo convegno e' stato citato abbondantemente Oreste Macri'
del quale ho qui sul tavolo la monografia quasimodiana, esemplare
per metodo e acume. Non piu' di due mesi fa ho ricevuto una telefonata
in cui Macri' mi diceva: "Savoca, ti raccomando Quasimodo".
Non riuscii subito a capire che cosa significasse questa esortazione
proveniente da uno dei massimi critici quasimodiani. Dopo qualche
battuta compresi cosa intendesse dire Macri'. Eravamo reduci da
un incontro fiorentino nel quale si era parlato di Montale in
occasione della presentazione della mia concordanza e Macri',
che a Firenze aveva partecipato attivamente alla discussione,
mi chiedeva di elaborare la concordanza delle poesie di Quasimodo.
Per me e' un grande esempio di civilta' e una lezione di umilta',
che un critico che ha scritto una monografia, eccellente anche
sul versante dell'analisi lessicale e testuale, riconosca che
si possa andare ancora oltre, partendo da uno spoglio lessicale
completo. Provocato da questa telefonata di Macri', ho guardato
rapidamente alcuni giudizi critici dei maggiori quasimodisti,
da Anceschi, il quale nel '37 parlava di un "breve dizionario
poetico", a Solmi, che nel '42 diceva quella di Quasimodo "poesia
scarna e immediata in cui piu' che l'immagine, piu' che il verso,
l'organismo costitutivo, la cellula elementare e' la parola".
E Flora nel '51, in Quasimodo: preludio sul lessico della poesia
d'oggi, insisteva sulla ricerca quasimodiana del mito del vocabolo.
Quello di Flora e' un titolo interessante, perche' ci fa capire
come nella preistoria, ma anche nella storia, nell'apertura della
poesia novecentesca ci sia una novita' di lessico che e' ascrivibile
a Quasimodo.
Questa novita' noi la conosciamo poco; da qui l'invito che il
critico Macri' mi faceva e che mi trova del tutto consenziente:
e' ora che si renda l'omaggio di una concordanza alla poesia di
Quasimodo. Il che non significa che noi esauriremo il segreto
della sua poesia, ma certo, disponendo di una concordanza integrale,
sapremo quali parole Quasimodo poeta abbia scritto.
Musarra citava Rilke: e' sua una bellissima immagine che paragona
il poeta a un danzatore che cozza contro i muri della cella in
cui, come ogni uomo, egli e' prigioniero. Il tentativo del poeta
e' quello di scrivere, con le dita insanguinate, quelle che Rilke
chiama le linee non vissute del proprio corpo. Ogni poeta scrive
qualche messaggio sulla cella della prigione in cui e' chiuso.
Ora, le parole di Quasimodo non sempre e non tutte le conosciamo.
Mi permetto di elencarvi alcune di queste parole in ordine decrescente:
il sostantivo piu' frequente in Quasimodo e' terra (parola ben
tipica di Quasimodo se la sua prima opera si intitola Acque e
terre) . Seguono morte, acqua, notte, amore, cuore, tempo, giorno,
vita, albero, aria, vento, luce e cosi' via. Sapere questo che
cosa ci dice sulla poesia? E' una chiave, una introduzione alla
poesia, e noi dobbiamo alla poesia questo servizio di umilta',
perche' la poesia poi ci risponde. Io provo una grande emozione
quando leggo la vera poesia contemporanea; stasera mi e' stato
detto che sentiremo delle poesie di Quasimodo recitate dallo stesso
poeta, e cio' ci dara' certo una intensa emozione.
Ricordo quello che diceva Leopardi (la cosa per me vale anche
per Quasimodo): "di un pezzo di vera contemporanea poesia si puo'
dire quello che lo Sterne diceva di un sorriso: e cioe' che esso
aggiunge un filo alla trama brevissima della nostra vita".