Ripercorsa in poche parole,
la carriera poetica di Salvatore Quasimodo offre abbastanza nitidamente
questo schema: "compagno di viaggio" dell'ermetismo piu' che ermetico
in senso stretto, secondo l'autorevole quant'altri mai giudizio
di Carlo Bo; e poi dall'epoca bellica dotato di contenuti e vigore
formali intensamente civili e sociali. E i due corni del dilemma
critico, correlati allo schema, e talora irrigiditi in contrapposizioni
esterne piuttosto che in precise e feconde verifiche testuali,
sono: nel mutamento di registro, ci fu brusca inversione di rotta?
o invece una sotterranea continuita' corre sotto l'evoluzione,
consentita, anzi richiesta, a ogni itinerario scrittorio?
Pur senza poter vantare alcuna patente di addetta ai lavori quasimodiani
tra tanti addetti, sto - come credo molta parte dei presenti -
per la seconda ipotesi: l'evoluzione, innegabile, si accompagna
a una fertile e forte continuita' del discorso poetico. Le innovazioni
che si registrano nel secondo Quasimodo: il vistoso e radicale
allargamento tematico (la guerra e le sue insanabili sofferenze,
la riflessione sul mondo offeso, la volonta' etico-politica di
"rifare l'uomo"), e la correlata nuova strumentazione stilistica
(la ricerca di epicita', di coralita', il parziale rinnovamento
metrico e ritmico - aspetto quest'ultimo su cui tacero' programmaticamente,
ansiosa come tutti di ascoltare i preziosi accertamenti in merito
che ci verranno da Franco Musarra), le innovazioni del secondo
Quasimodo, non significano un ribaltamento totale e una negazione
della scrittura anteriore. Anche se, va detto, Quasimodo per primo
ha precocemente dichiarato in dure testimonianze pubbliche guerra
all'ermetismo (ma questo e' altro discorso: le dichiarazioni critiche
d'autore sono sempre insidiose e da maneggiare con le molle).
Se all'ermetismo di Quasimodo si guardera' dunque (secondo quanto
ammoniva Bo) come a un fenomeno meno esclusivo e ortodosso di
quanto subito parve; non se ne neghera' pero la proiezione e la
permanenza dentro le esperienze future, specie nello stile e nel
linguaggio, nella costanza di certe marche formali mai obliterate,
e congenite si direbbe all'indole naturale della sua scrittura:
analogismi, sinestesie, seduzione sempre attiva del simbolico
e del mitico, e (pur dentro una nuova concretezza espressiva)
allusivita' impressionistiche, procedimenti per associazioni implicite
piu' che per lucidi nessi ragionativi, cromatismi intensi, meridionali
e mediterranei, filtrati attraverso la lezione di Lorca e le traduzioni
dal cileno Neruda che cadono - non a caso - in questi stessi anni
(uscendo in volume nel '52 (1)). Del resto Neruda, come si accennera'
piu' avanti, risulta determinante anche per l'intera formazione
quasimodiana del linguaggio civile.
Tra l'altro, in parentesi: quanto sarebbe preziosa la schedatura
sistematica e la grammaticalizzazione delle costanti tecniche
del linguaggio ermetico, condotte sui testi di maggiori e minori,
sulla scorta - poniamo - di cio' che un tempo fece eccellentemente
Spitzer con i simbolisti francesi (e si puo' ben sperare in proposito,
grazie alla rigogliosa serie di concordanze novecentesche poetiche
promosse negli ultimi anni dall'Universita' di Catania e dal CNR).
E' opinione comune che l'importante sezione delle Nuove poesie
(datate '36-'42) posta in chiusura, in posizione forte, a Ed e'
subito sera (antologia capitale delle raccolte anteriori), rappresenti
anche metricamente un ponte tra due esperienze, gia' aggettante
verso il secondo tempo: comunicativo, dialogico, sociale, ribelle
al culto solitario della parola e a cio' che ieri Mario Sipala
nella sua bellissima relazione introduttiva ha definito il fastidio
per "l'asfissia dell'ermetismo".
Ma davvero "rifare l'uomo" significa per Quasimodo, come egli
credeva e scriveva subito dopo la guerra, rifare del tutto il
linguaggio? "Rifare l'uomo - cito dal passo che chiude il saggio
del '46, Poesia contemporanea - Rifare l'uomo: questo il problema
capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario,
che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che
sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo,
diciamo che il tempo della "speculazione" e' finito. Rifare l'uomo,
questo e' l'impegno". Generica dichiarazione engagee, che non
entra nel cuore del problema stilistico. Ma nel Discorso sulla
poesia del '53, che chiude Il falso e vero verde (ed. '56), si
riprende e puntualizza il tema cruciale aggregandovi precise indicazioni
formali: "La ricerca del nuovo linguaggio coincide questa volta
con una ricerca impetuosa dell'uomo, in sostanza, la ricostruzione
dell'uomo frodato dalla guerra (...) Un nuovo linguaggio poetico
(...) presuppone una violenza estrema" - e i generi di riferimento
citati per l'auspicata "fioritura di una poesia sociale" sono
quelli arcaici, elementari e perenni del dialogo, e del contrasto
drammatico, del lamento, dell'epos: un complesso di generi che,
per dirla con Quasimodo, "scorre per larghi ritmi, parla del mondo
reale con parole comuni".
Il falso e vero verde, le cui date compositive stanno tra '49
e '55, mi sembra esemplare del rapporto continuita'/innovazione.
Dopo i piu' compatti Giorno dopo giorno (uscito nel '47) e La
vita non e' sogno ('49), scritti e editi immediatamente a ridosso
della guerra di cui portano i drammatici segni, Il falso e vero
verde ha struttura piu' mossa e cifrata, non per questo - al
contrario - meno accattivante. Anzi, l'oggetto prescelto per
questa indagine cattura proprio per quel tanto di ambigua e
sfuggente seduzione che ne emana. Notissimi i dati editoriali,
tanto piu' nell'ambiente rigorosamente specialistico in cui
parlo: Il falso e vero verde esce in esigua ed elegante edizione
(appena sette liriche, illustrate da altrettante litografie
di G.Manzu') nel '54 presso Schwarz. Ma il testo definitivo,
cui si fara' riferimento, e' quello ben piu' folto e articolato
del '56, mondadoriano. Al contrario dei due precedenti Giorno
dopo giorno e La vita non e' sogno strutturati in una sola ferma
campata, il volume del '56 ricerca una scansione interna in
piu' sezioni: le prime tre, quelle essenziali (Il falso e vero
verde, Dalla Sicilia, Quando caddero gli alberi e le mura) sono
simmetriche ed equivalenti nel numero dei testi (quattro ciascuna);
seguono i due divaganti e acri Epigrammi; un lotto di varie
Traduzioni poetiche; e l'inserto, in coda, del polemico manifesto
in prosa Discorso sulla poesia, che e' sin troppo facile intendere
come chiave di lettura dell'intero volume. Le due prime sezioni,
Il falso e vero verde e Dalla Sicilia, lasciano emergere la
voce privata, memoriale, elegiaca, che tuttavia cerca e conquista
in progress un suo spazio vitale dentro la storia e l'attualita'.
Il gruppo delle liriche civili piu' risentite e solide occupa
la terza sezione, dal titolo epigraficamente alto, Quando caddero
gli alberi e le mura. Ma avviciniamoci al libro dalla soglia,
soffermandoci proprio sui due primi scomparti, meno espliciti.
Il falso e vero verde si inaugura con Le morte chitarre, su
un paesaggio siciliano, inizialmente modulato con forte tenerezza
assonantica.
Questa la prima quartina:
La mia terra e sui fiumi stretta al mare,
non altro luogo ha voce cosi' lenta
dove i miei piedi vagano
tra giunchi pesanti di lumache.
Prevale il ritmo delle nasali, lungo e morbido (Mia, fiuMi,
Mare, NoN, leNta, Miei, vagaNo, giuNchi, pesaNti, luMache).
Il secondo verso, dalla sapiente inversione sintattica ("non
altro luogo ha voce cosi' lenta"), memorizza e compendia, non
so quanto coscientemente, tutta la scaltrita carezzevolezza
musicale dell'alcyonia Bocca d'Arno: "Bocca di donna mai mi
fu di tanta/soavita' nell'amorosa via/ (se non la tua, se non
la tua, presente)/ come la bocca pallida e silente / del fiumicel
che cresce in Falterona" (vv. 1-5). Il v.5 prosegue almeno in
parte l'abbraccio allitterativo delle nasali:
Certo e' autuNNo: Nel veNto a braNi
Ma la durezza semantico-fonica del "CeRTo" iniziale si propaga
piu' risolutamente ai versi seguenti dispiegando registri tematico-melodici
opposti: lutto, negativita', asprezza. Si rileggano infatti
i vv. 5-8:
Certo e' autunno: nel vento a brani
le morte chitarre sollevano le corde
su la bocca nera e una mano agita le dita
di fuoco.
Al v.6 il simbolo funereo delle
chitarre - di precisa memoria nerudiana come avverte opportunamente
la Salibra (2) - incrina l'eden descrittivo e la dolcezza timbrica
dell'esordio. La chitarra morta tace, il canto e' impossibile,
o stridulo, con il ribattimento iconico su suoni duri (moRTe,
CHiTaRRe, CoRDe) e l'insistenza allitterativa (mORTE / cORDE).
Nel medesimo segno negativo si inoltrano spie subito seguenti:
"la bocca nera", del v.7, che sara', letteralmente, il foro
muto della chitarra, ma che si carica anche di valenze allusive
piu' estese e indefinite; e il vano e/o minaccioso movimento
delle "dita/di fuoco" (vv. 7-8).
Il segmento successivo (vv.9-10) isola un immobile flash mitico-estetizzante:
Nello specchio della luna
si pettinano fanciulle col petto d'arance.
Il secondo tempo del testo palesa
subito nell'urgenza delle interrogative la sospesa, inquieta,
drammaticita' del trenos, del lamento funebre oscuro ed enigmatico:
Chi piange? Chi frusta i cavalli
nell'aria
rossa? Ci fermeremo a questa riva
lungo le catene d'erba e tu amore
non portarmi davanti a quello specchio
infinito: vi si guardano dentro ragazzi
che cantano e alberi altissimi e acque.
Chi piange? Io no, credimi: sui fiumi
corrono esasperati schiocchi d'una frusta,
i cavalli cupi i lampi di zolfo.
Io no, la mia razza ha coltelli
che ardono e lune e ferite che bruciano.
Le interrogative dei vv. 11-12
("Chi piange? Chi frusta i cavalli nell'aria/rossa?") trovano
una ripresa anaforica poco sotto (v.17): "Chi piange?". A loro
volta si rispondono, con rilancio epigrafico e fiero, le due
energiche smentite dei vv. 17 e 20: "Io no, credimi", "Io no,
la mia razza ha coltelli" ecc.
Mediterraneita' e sicilianita' si mescolano dunque in forme
ancora misteriose e confuse, ma gia' aggressive e dure, con
i grandi temi della storia ("la mia razza ha coltelli/ che ardono").
Non si ha insomma ormai il diritto di piangere: "Chi piange?
Io no, credimi". La seconda lirica della sezione (Nemica della
morte) e' un lamento funebre per una giovane suicida, piu' assertivo
che consolatorio, o meglio assai piu' che un lamento, e' un
energico rabbioso dialogo con/ contro la morte, il che non esclude
la tenerezza del trenos. L'avvio e' insieme dolce e perentorio:
Tu non dovevi, o cara,
strappare la tua immagine dal mondo,
toglierci una misura di bellezza.
Depauperato della bellezza,
chi scrive - che sceglie lo strumento comunicativo del noi corale
- protesta contro la morte cercata, ne fa un atto d'accusa:
Nemici della morte, che faremo
chini ai tuoi piedi rosa,
sul tuo costato viola?
Il testo e' costruito su nodi
sintattici forti di negazione e interrogazione, che giova ripercorrere
(la negazione e' piu' rilevata e fitta, esprimendo la rivolta
dei superstiti viventi contro il gesto suicida):
v.l: "Tu non dovevi, o cara"
vv. 4-6: "(...) che faremo/ (...)/(...)?"
vv. 7-9: "Non hai lasciato foglia ne' parola (...) o un no a
ogni cosa apparsa sulla terra, un no (...)"
Incuneato al centro (vv. 17-23)
sta un duro nucleo assertivo-accusatorio, che, con asprezza
allitterativa, esplicita al massimo il rifiuto della morte e
il dovere di vivere:
(...) Ora
sei dietro dure porte,
nemica della morte. -Chi urla, chi urla?-
Tu hai ucciso in un soffio la bellezza
l'hai colpita per sempre, l'hai straziata
senza un lamento per la sua folle
ombra che stende su noi. (. . . )
Si badi, nei vv. 17-19, alla
ruvidita' fonica di rotate e dentali, e alla rima interna porte/morte
che coinvolge una delle voci-chiave del testo: "ORa/sei DieTRo
DuRe poRTe, / nemica Della moRTe". Non meno notevole la ripresa
anaforica con variatio al v. 19 "nemica della morte", rispetto
al v.4 "Nemici della morte". Dal v. 20 la simmetria sintattica
svolge un crescendo verbale: "Tu hai ucciso in un soffio la
bellezza / l'hai colpita (...), l'hai straziata", con ripresa
oltre (vv. 25- 26): "Hai svolto un gesto nel buio, hai scritto/
il tuo nome nell'aria" ecc.
Al v. 19 la lacerante interrogativa doppia "Chi urla, chi urla?"
non solo si lega nel testo all'interrogativa dei vv. 4-6 ("che
faremo (. . .)?"), ma soprattutto nel macrosistema del volume
crea un evidente nesso con il doppio "Chi piange?" delle Morte
chitarre (vv. 11 e 17).
La trama della negazione riprende ai vv. 23-24: "Non bastavi,
/ bellezza", e 25-26: "hai scritto / (. . .) quel no" ecc. (ripreso
dai vv. 8-9 "un no (...)/(...) un no" ecc.). E sulla negazione
- con parallelismi sintattici - si impernia la clausola finale
(vv. 30-2), concentrando astutamente voci e sintagmi gia' disseminati
sopra:
Non c'e' per noi, non c'e'
per te risposta,
o muschio e fiori, o cara
nemica della morte.
Infatti, se il "cara" del v.
31 recupera, sempre in posizione finale di verso, il vocativo
del v. 1 ("Tu non dovevi, o cara"); il sintagma "nemica della
morte" che suggella il testo si connette ai vv. 4 ("Nemici della
morte") e 19 ("nemica della morte") e genera il titolo: quattro
presenze dunque, calibratamente distanziate, che rinserrano
in ordinata geometria l'intenso slancio sentimentale della poesia,
la quale si chiude, cosi' com'e' aperta, nell'impasto di tenerezza
e rabbia.
Indugiando su questa lirica si desiderava sottolinearne la robusta
architettura strutturale, equilibrata tra momenti assertivi
e intreccio di negazioni/interrogazioni/simmetrie. L'incisivita'
del costruttore non e' infatti di tutto Quasimodo: programmaticamente
rara, et pour cause, nell'indeterminato e vago territorio ermetico,
si fa per forza piu' frequente nei testi civili, dove la volonta'
di epos genera volonta' di racconto, e richiede strumenti formali
idonei a sviluppare e reggere lo slancio "narrativo". La singolarita'
per Nemica della morte e' forse che anche dentro l'epitaffio
mortuario si realizzi un nitore costruttivo tanto perspicuo,
con l'effetto di piegare il testo non verso l'intenerimento
intimistico ma verso il robusto lamento corale, fondato, nel
caso, sull'orgogliosa ribellione dei superstiti. Vita contro
morte: necessita', dovere di vita e di combattimento, collettivo
e non solitario.
La lirica seguente, di commiato amoroso, intitola e la prima
sezione e l'intera raccolta, Il falso e vero verde, e rappresenta
senza dubbio il polo piu' privato e geloso del libro: toccherebbe
chiedersi a questo punto perche' un volume dotato nell'insieme
di tanta aggressivita' socio-politica in crescendo, abbia rubato
proprio a questo testo la marca connotante e risolutiva del
titolo. E si potra' rispondere che dentro il melanconico contesto
memoriale dell'amore perduto, l'immagine-chiave del verde -
un verde (com'e' stato dimostrato da altri) di suggestione lorchiana
(il famoso "verde que te quiero verde") ma anche nerudiana (si
ricordi almeno "poiche' il viso della morte e' verde, / e lo
sguardo della morte e' verde" nella traduzione fedele di Quasimodo
stesso) - nonche' l'immagine correlata dell'aprile, il mese
eliotianamente piu' crudele, del risveglio "della nera terra",
si prestano si, evidentemente, a una lettura naturalistica e
letterale (cfr. ai vv. 13-16: "Altre foglie / ora screpolano
i rami e gia' scattano/ aggrovigliate: il falso e vero verde
/ dell'aprile, quel ghigno scatenato / del certo fiorire");
ma sono anche, soprattutto, metafora di altro fiorire, di altra
e piu' lata rigenerazione vitale.
In una tempestiva recensione sull'
"Unita' " (del 20 ottobre '54), Mario De Micheli individuava
nel titolo esplicite valenze politiche, proprio in quanto contrapposizione
tra "cio' che e' finzione e cio' che e' verita' nella vita,
cio' che e' menzogna e cio' che e' valore profondo (. . . ),
cio' che e' inganno e tradimento dell'uomo e cio' che invece
e' fedelta' e amore alla sua storia". Non insisto oltre, non
volendo forzare la delicata identita' della lirica in questione
oltre la sua schiva natura di elegia sentimentale. E' un fatto
tuttavia che proprio l'elemento cardine del verde-rigenerazione,
del verde vittorioso e simbolico, ritorni nella resa descrittiva
di un balenante sguardo femminile ("nell'aria del tuo occhio
verde"): cio' avviene nel testo successivo, ultimo della prima
sezione, In una citta' lontana (v. 32). Si tratta della fantasiosa
poesia del "corvo" e dell'ironia, di cui ha ragionato per rapidi
e illuminanti flashes Oreste Macri' nel suo densissimo e davvero
esaustivo La poesia di Quasimodo (1986). Quasi giocosa la chiusa,
rilevata dal corsivo "Per un po' d'ironia si perde tutto", che
e' ripresa puntuale dei vv. 25-28 ("Forse gioco attesa/violenza:
ma per un po' d'ironia/si perde tutto, e fa paura la luce/ piu'
dell'ombra"); chiusa giocosa in parte, ma anche sibillina e
amarognola come conviene ai poeti, tanto da richiamare alla
memoria il tragico Rimbaud di "oisive jeunesse a' tout asservie/
par delicatesse j'ai perdu ma vie".
Metricamente mossa, nell'alternanza di misure brevi e lunghe,
colta, gremita di echi e citazioni: e si pensa, ad esempio,
al malizioso bestiario montaliano (chissa' se proprio ai "corvi
e capinere" di un testo della Bufera, Sulla colonna piu' alta,
in rivista nel '50); ai giardini di Vittorio Sereni: "A quest'ora/innaffiano
i giardini di tutta Europa/ (...) siluri (...)/ battono gli
asfalti" del Concerto in giardino, vv.1-13 (in Frontiera), come
possibili generatori del segmento "Batteva l'ora su estrema/
riva d'Europa", vv. 16-17; la poesia tocca una sua preziosa
e divagante levita', un po', come piace giustamente a Macri',
"madrigalesca" (p. 152).
La sezione che segue, Dalla Sicilia, si approssima a passi piu'
netti verso il tema-base: l'impegno civile del "rifare l'uomo",
e imposta nei suoi quattro testi una revisione sottile dei miti
isolani, archetipici e arcaici, alla luce dell'OGGI. Vi si affastella
un esuberante repertorio descrittivo tutto siciliano (colori
trionfanti, Iblei, Madonie, zagare, grotte, agavi, la "chiara/conchiglia
del (...) mare", i templi agrigentini, i mandorli, la canicola
estiva e meridiana). Ma questo materiale di natura e cultura
e' sottoposto al confronto con paradigmi diversi e attuali,
se la Sicilia e' detta com'e' detta, in chiusura della poesia
per il fratello morto: "terra di misure/astratte, dove ogni
cosa/ e' piu' forte dell'uomo" (Vicino a una torre saracena,
per il fratello morto, vv. 18-20); o se il telamone del tempio
di Zeus "sgretola/ la sua pietra con pazienza di verme/ dell'aria
(Tempio di Zeus ad Agrigento, vv. 29-31), se il pozzo dorico
a chi si affanni a cercarvi verita' e risposta non garantisce
piu' ne' memoria ne' futuro ("Che futuro/ci puo' leggere il
pozzo/dorico, che memoria?" ib., vv. 17-19).
Chiaro dunque, e ascendente attraverso il movimentato e conflittuale
itinerario siciliano dove immobile mito e mobile storia si incontrano
e scontrano alla ricerca di una vitalita' rinnovata, il passaggio
alla terza sezione, quella senz'altro bellica e resistenziale,
Quando caddero gli alberi e le mura, le cui quattro poesie esplicitamente
politiche e civili (Laude, Ai quindici di Piazzale Loreto, Auschwitz,
Ai fratelli Cervi, alla loro Italia) sono tanto note da evitarci
la lettura, e sono probabilmente le piu' vicine alle intenzioni
espresse nel Discorso sulla poesia. Sembrano infatti realizzare
le proposte stilistiche avanzate nel Discorso suddetto, che
possiamo ripercorrere passo passo con prelievi diretti: il ripristino
della poesia drammatica, il tentativo di un epos moderno, il
rifiuto di "idilli o oroscopi lirici", lo sforzo di un' "eloquenza"
dal sapore antico e attuale, il "realismo etico", e il "linguaggio
del reale" di memoria nientemeno che dantesca. Volendo verificare
questi ambiziosi ma un po' generici progetti all' interno dei
quattro testi, i risultati sembrano certo notevoli ma anche
discontinui. E vero che il "linguaggio del reale", di contro
al vago hortus conclusus della parola ermetica, esiste e resiste
con una sua carica forte che non rifiuta la sgradevolezza del
particolare ripugnante ("le grasse mosche verdi/a grappoli",
Laude, vv. 28-9; "gia' s'attaccano i tafani/ai nodi delle vene",
ib., vv. 9-10; gli sputi sui cadaveri, ib., dei vv. 1-2 e 12).
E ancora improntata a una
concretezza tra dimessa ed eroica e' la lista onomastica dei
quindici morti di piazza Loreto, dove si realizza, nel catalogo
dei nomi incatenato in tre incalzanti interrogative, e alternato
a iterate allocuzioni drammatiche, una intensa alleanza tra
quotidiano e sublime:
Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d'un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
Alla ripetuta interrogazione
del poeta ("Voi nomi, ombre?", v.2; "spente epigrafi, /voi (...)?",
vv. 3-5; "Foglie d'un albero/di sangue (. . .) voi,/ (. . .)?",
vv. 5-7), segue subito oltre la recisa smentita (vv. 8- 9):
O caro sangue nostro che non
sporca
la terra, sangue che inizia la terra
ancora con energica iterazione
e con parallelismo sintattico (rilevati dal mio corsivo). Negazione
e iterazione connotano i tre versi finali, epigrafici e fortemente
scanditi (vv. 17-19):
La nostra non e' guardia di
tristezza,
non e' veglia di lacrime alle tombe;
la morte non da' ombra quando e' vita.
E' nelle ultime sezioni che
la poesia quasimodiana entra a pieni diritti nel circuito della
storia. Torna alla mente il discorso del '50 ampiamente citato
ieri da Mario Sipala, Una poetica, dove sta anche la dichiarazione
d'amore, un amore impaziente ed esigente, per la Sicilia-siepe:
"la mia siepe e' la Sicilia,
una siepe che chiude antichissime civilta' e necropoli e latomie
e telamoni spezzati sull'erba e cave di salgemma e zolfare e
donne in pianto da secoli per i figli uccisi, e furori contenuti
o scatenati".
Sono evidentemente puntualissimi,
troppo puntuali per essere involontari, i riscontri con le liriche
siciliane del Falso e vero verde: la madre di Laude sconvolta
di fronte al figlio ucciso, il "telamone" corroso del Tempio
di Zeus, le grotte e necropoli di Che lunga notte: tutti testi,
non a caso, della sezione centrale - Dalla Sicilia, appunto
- che nel disegno del libro costituisce l'indispensabile anello
congiuntivo tra l'esordio, piu' segreto e privato, e il nucleo
finale, tutto eplicitamente politico. Notevoli nel passo stralciato
di Una poetica l'amarezza e la speranza: la Sicilia non puo'
morire inerte nel mito e nella civilta' dell'ieri, ma deve rigenerarsi
nella storia e nell'oggi. Analogo repertorio (in ambiente spagnolo)
di poverta' e immobilita', numinoso, figli morti e madri straziate,
sangue versato, e quello nerudiano di alcuni testi tradotti,
come si diceva, circa contemporaneamente da Quasimodo, e tradotti
con tanta partecipazione e assimilazione da parere tout court
quasimodiani (alludo in particolare al Canto per la madre dei
miliziani morti, a Come era la Spagna, a Terre offese).
Non e' in verita' che, nel Falso e vero verde, pathos, eloquenza,
urgenza etica non ingenerino talora enfasi: il linguaggio stenta
a fissarsi in un equilibrio formale decantato e controllato.
Ma l'esperimento resta singolarmente interessante anche per
la calibrata struttura in progress che con limpidezza crescente
fa il libro.
1) Un'analisi puntuale dello
stretto rapporto tra Neruda e Quasimodo si deve a Elena Salibra,
Quasimodo e Neruda, in Salvatore Quasimodo. La poesia nel mito
e oltre, a c. di G .Finzi, Bari, Laterza, 1986.
2)"esta guitarra ciega" e "penetrantes cuerdas" nell'originale
nerudiano tradotto da Quasimodo nel volume del '52. Il riscontro
e' offerto nel saggio cit. alla n. 1, p. 485 .