Rita
Verdirame Quasimodo e il "Lamento per il sud"
Al 13 febbraio 1947 risalgono
le due stesure autografe, ricche di significativi interventi variantistici,
della lirica che apre La vita non e' sogno (Milano, Mondadori,
1949), Lamento per il Sud, cronologicamente contigua e contenutisticamente
affine ai versi di Giorno dopo giorno, ed immediatamente successiva
a due scritti in cui Quasimodo affronta il problema teorico centrale,
che a partire dal dopoguerra lo impegnera' assiduamente. Si tratta
dei saggi Poesia contemporanea e L'uomo e la poesia, entrambi
risalenti al 1946. Il nucleo della riflessione quasimodiana e'
il mutamento del ruolo del poeta in rapporto al mutamento storico-sociale
conseguente all'evento bellico: "Oggi, poi, dopo due guerre nelle
quali l' "eroe" e' diventato un numero sterminato di morti, l'impegno
del poeta e' ancora piu' grave, perche' deve "rifare" l'uomo,
quest'uomo disperso sulla terra, del quale conosce i piu' oscuri
pensieri, quest'uomo che giustifica il male come una necessita',
un bisogno al quale non ci si puo' sottrarre, che irride anche
al pianto perche' il pianto e' "teatrale", quest'uomo che aspetta
il perdono evangelico tenendo in tasca le mani sporche di sangue.
Rifare l'uomo: questo il problema capitale [...] Rifare l'uomo,
questo e' l'impegno"(1).
Tre elementi si impongono all'attenzione del critico: la diseroicizzazione
dell'uomo d'azione ("morti eroi", "poveri eroi" scrivera' altrove);
il progetto di rifondazione dell'umanita'; la rivalutazione di
contenuti lirici organizzati in nuove strutture figurali ed espressive
al fine di creare una poesia aperta al dialogo, ovvero drammatica,
poiche' "uomo di rischi sentimentali" vuole e deve ormai essere
l' "operaio di sogni" quasimodiano.
Procedendo alla determinazione della propria funzione etico-operativa,
il poeta si interroga sugli strumenti da utilizzare e per modificare
"il mondo con la sua liberta' e verita' ", e per ristabilire il
circuito comunicativo interrotto dalla fenomenologia del reale:
"oggi il poeta - scrive Quasimodo nella Poesia contemporanea -
non sa piu' a chi parli, se cioe' l'ascoltatore appartiene a una
societa' in formazione o a quella che crolla, che e' gia' crollata
nell'ira meccanica della guerra"(2). Il poeta diventa percio'
una "individualita' necessaria" per agire "in seno alla vita"
e l'istanza fondamentale del suo canto, che Quasimodo condivide
con tutti gli scrittori del neorealismo post-resistenziale, coincide
con la progettualita' e l'atteggiamento didascalico- profetico
di un testimone del proprio tempo.
Era questa, d'altronde, l'unica scelta che consentisse una ricomposizione
dell'Io aggredito dalla pressione della contemporaneita'. Sul
piano delle strutture di relazione coll'oggettivita' storica,
l'intellettuale Quasimodo finisce per avvertire e denunciare quella
disgregazione per congiunta mancanza di funzione e di interlocutore,
che Mallarme aveva definito uno "istato di sciopero" di fronte
alla societa'.
La poetica della parola manifesta, a questo punto, la sua inadeguatezza:
non piu' ermetica o "di scuola", non "gnomica o sociologica" ma
"drammatica o epica (in senso moderno)" dovra' essere la nuova
poesia illustrata nel Discorso sulla poesia del '53.
Le due categorie, del dramma e dell'epos, sono entrambe presenti
nel Lamento; la prima e' connessa all'articolazione dicotomica
della lirica, giocata tra i due poli della topografia sentimentale
quasimodiana: un Nord brumoso che si e' impadronito del cuore
del poeta; un Sud che e' terra insieme di mito e di storia, di
luminosa classicita' ma anche di cupa sofferenza e d'abbandono,
dove il figlio non vuole piu' tornare preferendo lo status di
esule. All'antinomia geografica e figurativa fa riscontro il dissidio
emotivo del poeta, diviso tra il richiamo del luogo d'origine
e il definitivo radicamento in terra lombarda.
Che si tratti non di allusione ad una banale vicenda biografica
ma di un evento che ha prodotto una definitiva lacerazione spirituale,
un vero e proprio sdoppiamento del desiderio, e' confermato dall'insistito
procedimento antifrastico della prima strofa, l'autore cioe' ricorre
ad una figura logica che denota uno spostamento semantico per
significare e comunicare l'interna divisione: "Ho dimenticato
il mare, la grave / conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
/ [ . . . ] ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru".La
forma verbale obliterativa introduce il recupero memoriale dettagliatamente
descrittivo dell'eden infantile rievocato attraverso una serie
di percezioni auditive, sottolineate talvolta da accostamenti
sinestetici: "la grave conchiglia soffiata", "le cantilene dei
carri", "il passo degli aironi e delle gru", e "il carrubbo" che
"trema nel fumo delle stoppie" - mentre nelle due precedenti stesure
si legge: "il cielo trema nel fumo delle stoppie / bruciate dal
sole meridiano", lezione poi corretta in "il carrubbo trema nel
fumo delle stoppie / arse dall'aria meridiana" -. La variante
sostitutiva comporta la netta determinazione dei luoghi del ricordo.
La variante destitutiva si collega probabilmente alla volonta'
di eliminazione di un dato coloristico di gusto eccessivamente
oleografico (piu' sfumata e' l'immagine dei "verdi altipiani"),
ma anche a motivi di ordine retorico, che analizzeremo piu' avanti.
Il Nord e' invece raffigurato mediante forti contrasti cromatici:
la luna rossa, la distesa di neve (prima "i rami di neve"), le
nebbie.
L'ispessimento emotivo, segnalato sin dal titolo e attualizzato
dall'intensa drammatizzazione dei due luoghi antipodici, implica
l'abbandono di certo "frammentismo" ermetico, della parola - suono
e l'opzione per una studiata simmetria dell'organizzazione tematica:
la prima strofa e' aperta dall'appassionata allocuzione alla donna
e alla terra del Nord (vv. 1-4), continua con la visione dell'Isola
(vv. 1- 10), si chiude con la confessione dell'impossibilita'
di un ritorno al Sud; la seconda strofa riprende inizialmente
l'evocazione della Sicilia (vv. 14-24), quindi ribadisce testualmente
il rifiuto di un percorso a' rebours (v.25); infine, il congedo
che ristabilisce il colloquio con l'amata.
Lo schema della lirica e' percio' omologo a quello dei versi governati
dalla rima replicata (ABC-BCA).
La sua compattezza morfologica e' determinata inoltre da collegamenti
retorici e da connessioni grammaticali tra le stanze, quali l'anadiplosi
tra la prima e la seconda (anadiplosi che non si registra nelle
prime due lezioni e che e' perseguita con l'eliminazione di un
intero verso): "Piu' nessuno mi portera' nel Sud. Oh il Sud e'
stanco di trascinare morti"; ed ancora la congiunzione che apre
la terza stanza: "E questa sera carica d'inverno / e' ancora nostra,
e qui ripeto a te".
Alla geometrica corrispondenza dei significati fa riscontro un
sistema sintattico ampio e concluso, cui sono funzionalizzate
le numerose inarcature versali che ritmano il continuum meditativo
quasimodiano. Si susseguono enjambement relativi al sintagma determinante
- determinato (grave/conchiglia; strade/dove) o a gruppi nominali
preposizionali (colore/di donna; gru/nell'aria; altipiani/per
le terre). Analogamente, con l'intenzionalita' di una creazione
di respiro poematico, di "ampi ritmi", organizzata in sequenze
narrative e su modulazioni discorsive (a ragione Macri' ha parlato
di "generale legato allitterativo")(3), si giustificano le numerose
figure iterative che costellano il Lamento, prime fra tutte l'allitterazione,
appunto, dominante il livello fonoprosodico testuale (si vedano
i versi 5-10), la cui emergenza eufonica e' costituita dai fonemi
c, t, r. Ed il "significato ritmico-sintagmatico, violentemente
e crudelmente arrotato nella r"(4) sara' anche al centro di Vicino
a una torre saracena per il fratello morto, nella tarda silloge
Il falso e vero verde (1956).
Ancora a livello sintattico si segnalano la ripetizione a incipit
("Ho dimenticato [...] ho dimenticato"); l'epifora, nelle enfatiche
pointes conclusive delle prime due strofe ("Piu' nessuno mi portera'
nel Sud" v. 13; "Piu' nessuno mi portera' nel Sud" v. 25); e la
gia' citata anadiplosi dei vv. 13-14 ("Piu' nessuno mi portera'
nel Sud. / Oh il Sud e' stanco").
Il rilievo di tali "modismi ridondanti emotivi"(5) non e' assimilabile
alla sterile dissezione di un testo altrimenti "sfuggente" qual
e' il testo poetico, viceversa consente di verificare le varie
dimensioni dell' "ipersegno", poiche' "l'espansione fonico-timbrica
dei morfemi, lessemi e fonemi e' essa stessa, nella grande poesia,
depositaria del significato"(6).
Nella seconda parte del Lamento Quasimodo innalza il tono profetico
con una gradazione ascendente che parte dall'interiezione ("Oh
il Sud") e si esalta nell'iterazione anaforica sia lessicale (si
noti l'alta occorrenza di "stanco"), sia sintattica ("che hanno
urlato", "che hanno bevuto" nei vv. 19 e 20), e nell'epizeusi
intensissima del v. 24 ("nuovamente rosse, ancora rosse, ancora
rosse").Il coerente sviluppo
del percorso tematico e semantico fa inoltre registrare la ricorrenza
di un mot-cle' della scrittura quasimodiana, "cuore": "Il mio
cuore e' ormai su queste praterie"; "che hanno bevuto il sangue
del suo cuore". Nel primo verso il termine ha una accezione soggettiva,
nel secondo, collocato in clausola, ha come referente oggettivo
la Sicilia; in entrambi e' espunta ogni connotazione banalmente
sentimentale.
Se nel Quasimodo della stagione ermetica il cuore era il luogo
di identificazione al centro di un sistema comunicativo chiuso
(il poeta era l'interlocutore di se stesso: "Acqua chiusa, sonno
delle paludi [. . .] sei simile al mio cuore [. . . ] . Cosi',
come su acqua allarga / il ricordo i suoi anelli, mio cuore; si
muove da un punto e poi muore" (Acquamorta, nella raccolta del
'30 Acque e terre,); ora, nelle liriche del dopoguerra, obbedendo
alla precisa esigenza ideologica del poeta, il cuore diviene il
canale di una nuova dimensione comunicante.
Quasimodo lo dichiara a contrario in Alle fronde dei salici ("E
come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore")
ed in forma asseverativa, sempre in Giorno dopo giorno: "Le parole
ci stancano, / risalgono da un'acqua lapidata; / forse il cuore
ci resta, forse il cuore. . . " (Forse il cuore) .
Nel Lamento il cuore e' una prima volta strumento di dialogo con
l'amata, ovvero di relazione interpersonale ("il mio cuore e'
ormai su queste praterie"); successivamente si carica di valenze
sociali (il Sud e' stanco di tutte le razze "che hanno bevuto
il sangue del suo cuore").
La parola assoluta e' diventata parola militante e il trapasso
dall'una all'altra e' mediato dalla frequentazione dei classici
e dall'esperienza bellica. Nelle versioni fino al '45 (Lirici
greci, Georgiche. . .) Quasimodo usa "cuore"in direzione polisemica,
per tradurre vari termini greci o latini: fen che significa cuore,
ma anche mente, intelligenza, animo; noos che e' lo spirito, l'intelletto,
il sentimento; sunoida che significa avere coscienza, essere testimone
e che Quasimodo traduce con "sento nel cuore"; mens, che significa
facolta' intellettiva', ragione, riflessione, pensiero, indole,
coscienza, opinione, progetto, coraggio, collera... Ma lo sguardo
del poeta non e' volto solo alla classicita', egli "tien conto
anche dell'uso militante che della retorica sta facendo il linguaggio
dei giornali clandestini, in quell'ora tragica e decisiva"(7).
Non soltanto di nuove acquisizioni di senso, ma addirittura di
ribaltamento semantico si deve parlare invece per il tema dei
"morti", ben presente nell'imagerie quasimodiana preermetica ed
ermetica come motivo immerso in uno spazio atemporale, come situazione
universale, "un morto posa / centro d'ogni cosa", emblematizzata
nei versi de I Morti di Acque e terre: "Piu' bianchi dei morti
/ che sempre mi destano piano; / i piedi hanno scalzi, non vanno
lontano"; o ancora come unica possibilita' di eludere le contraddizioni
della vita, e si veda la lirica di Oboe sommerso, Dove i morti
stanno ad occhi aperti: "Seguiremo case silenziose / dove morti
stanno ad occhi aperti / [...] Avremo voci di morti anche noi,
/ se pure fummo vivi talvolta /o il cuore delle selve e la montagna,
/ che ci sospinse ai fiumi, / non ci volle altro che sogni". Ma
nel dopoguerra la vita "non e' sogno", afferma Quasimodo rovesciando
l'assunto lorchiano, e' realta' (Macri' nota come il poeta arieggi
qui il titolo di una raccolta, Realta' vince il sogno, di Betocchi
"pur esso evaso da un conflitto mondiale"). Il topos tanatologico
risulta reintegrato nella contemporaneita' nella silloge del '49,
e in particolare nel Lamento, dove esplicita e' l'allusione alle
sopraffazioni della storia ("Oh il Sud e' stanco di trascinare
morti / in riva alle paludi di malaria"); ma anche in Thanatos
Athanatos, in cui si raffoza l'idea della morte identificata con
il dolore supremo dell'uomo ed il montaliano male di vivere s'addensa
in un cupo male di morire: "E dovremo dunque negarti, Dio / dei
tumori [. . .] e consentire alla morte / e su ogni tomba scrivere
la sola / nostra certezza: "thanatos athanatos"? [. . .] La vita
non e' sogno. Vero l'uomo". In Dare e avere (1966) Quasimodo tentera'
infine il superamento dell'antinomia vita-morte ripristinando
un possibile rapporto tra i due termini e smorzando il "timor
mortis" mediante "un dialogo con l'al di la' " ( Una notte di
settembre) . In fondo "assurda" e' la differenza che corre "tra
la morte e l'illusione del battere del cuore".
Nel Lamento, dunque, l'angoscia dell'annientamento scavalca
la prospettiva squisitamente esistenziale per dilatarsi in un
orizzonte di "orrore"storico, connotato dalla crudezza elativa
di segni linguistici di immediata espressionistica concretezza
(non canti, non lamenti ma bestemmie e urla), secondo l'idea
di valore poetico che Quasimodo andava maturando in quegli anni
("Dalla mia prima poesia a quella piu' recente non c'e' che
una maturazione verso la concretezza del linguaggio", affermera'
in Una poetica, del 1950)(8).
Tali segni linguistici, diretti e concreti, sono atti a significare
una condizione di umiliati e offesi, che e' riassunta dal nesso
preposizionale posto ad incipit dei versi che concludono la
seconda strofa: " Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti".
La decodificazione di questi versi in chiave mitica e realistica
ci trova consenzienti: "Quasimodo trasporta nel mito il mondo
contemporaneo attraverso una particolare epica storicizzante,
che mescola passato e presente", "i giovani contadini, che [...]
vanno all'attacco del latifondo, (il '47 e' l'anno dell'occupazione
delle terre in Sicilia) ripetono le stesse azioni dei picciotti
siciliani che costituivano le fila garibaldine"(9).
Vale pero la pena di aggiungere qualcosa al riguardo. Il poeta
delega la funzione mediatrice tra realta' e mito ai "fanciulli",
ma la presenza di questi, massiccia nelle poesie anteriori agli
anni Trenta secondo stereotipi d'ascendenza pascoliana, si dirada
nella fase ermetica per riaffermarsi nelle sillogi del dopoguerra.
E' un indizio dell'uso o riuso del "sentimentalismo" "per la
trasformazione in senso comunicativo e storico" dei temi della
poesia d'anteguerra, che e' "una costante della poesia postresistenziale"(l0).
Il ripiegamento lirico-sentimentale parrebbe la tonalita' dominante
della chiusa del componimento, un recommencement in chiave intimistica
e con ambientazione domestica del discorso amoroso avviato ad
apertura. Si e' voluto leggere nel "rapporto personale", nel
"riparo" entro una sfera d'affetti qui insistiti ed esibiti
la crisi del poeta lirico; ma Quasimodo era poeta troppo compromesso
con la realta' perche' gli fosse consentito approdare ad una
soluzione privata pacificatrice delle sue antinomie ideologiche;
l'apparente distensione elegiaca dell'explicit del Lamento per
il Sud viene infatti contraddetta dall' "assurdo contrappunto",
dalla coesistenza "di dolcezze e di furori" (gli "astratti furori"
vittoriniani; e "assurdo" e "furori" sono anche in Thanatos
athanatos), dall' "amore senza amore". E' un incalzante dialettico
succedersi di costrutti ossimorici e di paradossi, figure retoriche
che attivano una funzione oppositiva e che traducono la disforia
di fondo della Lebenswelt quasimodiana.
1) Cit. da S.Quasimodo, Poesie e discorsi sulla poesia, Milano,
Mondadori, 1971, pp. 271-2 .
2) Ivi, p. 266.
3) O.Macri', La poesia di Quasimodo, Palermo, Sellerio, 1986,
p.256.
4) Ivi, p. 143.
5) Ivi, p. 137.
6) G.L. Beccaria, L'autonomia del significante, Torino, Einaudi,
1975.
7) W.Siti, Il neorealismo nella poesia italiana 1941-1956, Torino,
Einaudi, 1980, p.11.
8) S.Quasimodo, Poesie e discorsi. .., cit. p. 279. Sulla medesima
direttiva ideologico-poetica si colloca la lirica di Giorno
dopo giorno, Milano, agosto 1943, dove i determinanti cronospaziali
circoscrivono con esattezza puntigliosa la vicenda tanatologica:
"la citta' e 'morta. /E' morta [. ..] Non toccate i morti, cosi'
rossi, cosi' gonfi / [. ..] la citta' e' morta, e' morta".
9) N.Tedesco, L'isola impareggiabile. Significati e forme del
mito di Quasimodo, Firenze, La Nuova Italia, 1977, p.70.
10) W.Siti, op. cit.